Procrastinare può essere una cosa positiva? Come riparare un cuore spezzato? Cosa dovremmo aspettarci dagli altri? Queste sono alcune delle domande che vengono affrontate da The Shrink and the Sage, una rubrica di FT Magazine, il domenicale del Financial Times.
L'idea è quella di discutere l'argomento dal differente punto di vista di una terapeuta (the Shrink alias Antonia Macaro) e di un filosofo (the Sage alias Julian Baggini).
Ne avevo già parlato qualche mese fa nel post shrink perché la rubrica mi era piaciuta molto, sia per i contenuti, stimolanti ed intelligenti, sia per la forma del dialogo, che mi ricorda molti dei testi classici di filosofia o di scienza.
The Shrink and the Sage adesso è diventato un libro che riprende ed espande le tematiche trattate sul giornale.
Ho avuto l'occasione di incontrare gli autori alla presentazione del libro. Quello che segue è un estratto del talk e dell'intervista che mi hanno gentilmente concesso.
La presentazione del libro è iniziata con una discussione su cosa sia la filosofia e quale sia il lavoro del filosofo rispetto al compito dell'attività terapeutica; perché se è vero che entrambe le discipline hanno un retroterra comune e si muovono in un campo comune, è altrettanto vero che c'è un'ovvia differenza di finalità: la ricerca della verità nel caso della filosofia, il far stare meglio il paziente nel caso della terapia.
Il rapporto tra le due discipline è comunque talmente stretto che esiste anche una professione "ponte": quella del philosophical counsellor. Una disciplina interessante purché non si ricorra ai filosofi come ad un cestino di frasi da cui pescare quella che ci fa più comodo per l'occasione ma si consideri criticamente quello che hanno detto; un punto di partenza più che di arrivo insomma.
Approccio che è stato suggerito anche per il libro, da intendere non come un manuale che dà facili ricette o formule risolutive ma come un'opporunità di riflessione, di lavoro e auto-lavoro.
Tra le diverse filosofie, quella aristotelica è guardata con particolare attenzione e le è dedicato l'inizio del libro. Ma io ho trovato interessante anche il richiamo alla filosofia stoica ed al suo sano distacco dalle cose materiali, e soprattutto al fatto che non vada considerata come la migliore soluzione per affrontare i rapporti umani perché la distanza sfocia nel cinismo, a riprova che una lettura critica della filosofia è sempre necessaria.
Ed è proprio pensando ad altre filosofie, religiose questa volta, che ho preso spunto per la mia chiaccherata con gli autori:
While reading the book, I spotted the word Buddha appearing on the first page of the Introduction and word mantra in the title of the Conclusion chapter. Moreover one of Julian's TED talk, Is There A Real You?, ends quoting a sentence from Buddha; so I was wondering what you think about Buddhism. Is it, quoting Einstein, "a philosophy that copes with moderns scientific needs better than others"?
Julian: This is interesting, I haven't realised it. Both of us we have found interesting things in Buddhism over the years, without being Buddhist. From my point of view it's clear that Buddhism has a very sophisticated system of thought, particularly for its time; don't overstate this, it's also mixed up with a lot of completely outdated superstitions but mixed with all of that there is very advance thinking and it is true that if you strip away the more superstitious elements, that just reflect the culture it came out of, you are left with a lot of way of thinking which are more amenable to contemporary ways of thinking. I think the problem is that people often want to imagine that Buddhism is completely compatible with everything we know now about science, and that science has vindicated Buddhism. I think that this is too strong.
Antonia:I think Buddhism is really interesting, I have a longstanding interest in Buddhism even though there are a lot of areas of it that I just can't accept. "Life is suffering" is a really good starting point in life. Recently I've realised that if you boil it down to really fundamental components, mindfulness and compassion are the most important things in life. Having said that, you have to get rid of all the metaphysical bits I don't accept and I think don't fit particularly well with what we know about the world.
“Perché non possiamo non dirci cristiani" is the title of a famous essay from Italian philosopher Benedetto Croce. For obvious historic and geographic reasons, Christian culture is wide spread in Italy and quite rooted in the people behaviours. Even though Croce was not strictly thinking to Italians but to the impact that Christianism had on Western culture, if you should say what British cannot avoided to be called, what would you think at? What has influenced them mostly?
Julian: I think you could say we can't avoid calling ourselves Protestants. There is something about the protestant outlook which is very deep-rooted in the British way of thinking. It's the idea that there is a certain, almost puritanical, keypoint. It's seems odd because you think of British people drinking too much, eating too much, but it's tied to the puritanical thing: it's the excess or nothing kind of thing. You drink to get drunk or you eat to fill yourself up; just taking pleasure in the way that the Catholic countries do food and drink seems to be an anathema. The British have trouble doing that, you go mad or you avoid it. It's feast or famine, it's binge or purge, it's one of those two things. So there is that, but there is also the specific Anglican thing: that actually we don't think too much about religion but we are kind of glad it's there. A lot of opinion polls and surveys show that it continues to be the case that most people consider themselves to have some kind of spiritual aspect, only a minority embrace a full blown atheism but even a smaller minority are actively religious.
To me the British are pragmatic, maybe I'm too much influenced by the working reality but to me it look like they have a very pragmatic approach to life
Julian: Pragmatic is a good way to put it but it's also the Protestant thing, it's not just pragmatic it's actually functional as well; things like food and drink become functional: alcohol is a tool to get drunk with and food is a tool to feel full with or to get through the day with; we are not actually very good at just enjoying thing for their own sake.
Dalle risposte e dal talk mi sento di dire che la migliore pubblicità per questo libro sono gli autori stessi. Porsi domande, quelle giuste, darsi risposte vere, fare un lavoro continuo su se stessi, leggere criticamente i classici della cultura umana, sia occidentali che orientali, è l'unico modo per affrontare, se non serenamente, almeno con lucidità, le intemperie della vita.
Riferimenti bibliografici per chi si fosse incuriosito:
- The Shrink and the Sage
- microphilosophy, big thoughts can come in small packages il sito di Julian Baggini
- Le pubblicazioni di Antonia Macaro
- Le pubblicazioni di Julian Baggini
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Monday, 18 June 2012
Friday, 4 May 2012
Six (degrees of separation)
Qualche anno fa, quando spuntarono i social networks (perché si, incredibile ma vero, c'è stato un tempo in cui non esistevano) andò di moda parlare della teoria dei sei gradi di separazione.
Per chi non la conoscesse è quella suggestiva teoria secondo la quale è possibile mettere in contatto 2 persone qualsiasi tramite non piu' di 5 intermediari o, per dirlo in coerenza con il nome della teoria, in non più di 6 passaggi. Il postulato risale al 1929, e lo si deve allo scrittore ungherese Frigyes Karinthy (il resto della interessante storia su wikipedia).
Tutti in contatto con tutti è intrigante ma vorrebbe dire, chessò, che io, ma anche voi, siamo a soli 5 intermediari (o meno) dal Papa o da Barack Obama. E questo sembrerebbe quantomeno ottimistico.
Sembrerebbe se non fosse che ho scoperto che il marito di una mia collega fa l'attore ed ha un ruolo importante in un film diretto da Angelina Jolie, ed allora il gioco è fatto: Nemo-collega(1)-marito(2)-Jolie(3)-Obama(4)-Papa(5). E visto che ci avanza anche lo spazio per un intermediario, potrei farlo io nei vostri confronti, e quindi: voi-Nemo(1)-collega(2)-marito(3)-Jolie(4)-Obama(5)-Papa(6)
Oppure ancora, un vostro amico potrebbe essere interessato a sapere che, grazie a voi è a soli 4 intermediari dalla Jolie o una vostra amica a 5 da Brad Pitt.
Il giochino è divertente ma in realtà abbastanza infruttuoso (dubito che potrei chiedere alla mia collega di chiedere al marito di chiedere alla Jolie di chiedere ad Obama se voi potete prendere un tea con il Papa) e funziona solo se c'è un punto di svolta, che mette in contatto il mondo del 99% con quello dell'1%, come si dice oggi.
In realtà, proprio grazie ai social networks, la teoria dei 6dos si è compressa fino a zero gradi di separazione perché tutti possono entrare in contatto diretto con tutti (loro dicono diventare amici ma mi sembra un po' eccessivo), senza intermediari. Od almeno provarci.
Che faccio divento un follower di #Papa e chiedo un incontro?
English and its neighbours
six: sei [I] Sechs [D] six [F] seis [E] sex [L]
Per chi non la conoscesse è quella suggestiva teoria secondo la quale è possibile mettere in contatto 2 persone qualsiasi tramite non piu' di 5 intermediari o, per dirlo in coerenza con il nome della teoria, in non più di 6 passaggi. Il postulato risale al 1929, e lo si deve allo scrittore ungherese Frigyes Karinthy (il resto della interessante storia su wikipedia).
Tutti in contatto con tutti è intrigante ma vorrebbe dire, chessò, che io, ma anche voi, siamo a soli 5 intermediari (o meno) dal Papa o da Barack Obama. E questo sembrerebbe quantomeno ottimistico.
Sembrerebbe se non fosse che ho scoperto che il marito di una mia collega fa l'attore ed ha un ruolo importante in un film diretto da Angelina Jolie, ed allora il gioco è fatto: Nemo-collega(1)-marito(2)-Jolie(3)-Obama(4)-Papa(5). E visto che ci avanza anche lo spazio per un intermediario, potrei farlo io nei vostri confronti, e quindi: voi-Nemo(1)-collega(2)-marito(3)-Jolie(4)-Obama(5)-Papa(6)
Oppure ancora, un vostro amico potrebbe essere interessato a sapere che, grazie a voi è a soli 4 intermediari dalla Jolie o una vostra amica a 5 da Brad Pitt.
Il giochino è divertente ma in realtà abbastanza infruttuoso (dubito che potrei chiedere alla mia collega di chiedere al marito di chiedere alla Jolie di chiedere ad Obama se voi potete prendere un tea con il Papa) e funziona solo se c'è un punto di svolta, che mette in contatto il mondo del 99% con quello dell'1%, come si dice oggi.
In realtà, proprio grazie ai social networks, la teoria dei 6dos si è compressa fino a zero gradi di separazione perché tutti possono entrare in contatto diretto con tutti (loro dicono diventare amici ma mi sembra un po' eccessivo), senza intermediari. Od almeno provarci.
Che faccio divento un follower di #Papa e chiedo un incontro?
English and its neighbours
six: sei [I] Sechs [D] six [F] seis [E] sex [L]
Monday, 7 November 2011
Shrink
- “Sono incinta. Tra 9 mesi sarai padre!”
- “Cara e’ bellissimo ma potresti provare a farcela in 8?”
"Questa potrebbe essere la risposta di un project manager alla sua compagna" pensavo qualche mattina fa, percorrendo il tratto tra il parcheggio e l'ufficio, con la mente gia' concentrata su come riuscire a completare le pressanti scadenze lavorative del momento.
In effetti, come i piu' attenti avranno dedotto dalla mia latitanza, in questo periodo il lavoro richiede molto impegno, tanto da quasi azzerare il tempo libero. Il progetto ed il ruolo sono interessanti per cui la motivazione e' alta ma comincia ad esserlo anche la fatica; meno male che il nono mese non e' lontano! (Onestamente, ci avevamo provato anche in otto ma non ce l'abbiamo proprio fatta)
In questo periodo quindi, la domanda che si poneva un paio di settimane fa la rubrica The Shrink and the Sage del domenicale di FT Is it important to work? non poteva non attirare la mia attenzione.
La rubrica e' un simpatico divertissement, ed il titolo la scusa per questo post... infatti che sage voglia dire saggio, anche se non lo si sa, per assonanza ci si arriva, ma shrink?
Siccome ognuno ha la cultura che si merita, a me la prima cosa che e' venuta in mente e' stata "Honey, I Shrunk the Kids" - Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi. Ma allora shrink sarebbe un verbo (shrink shrank shrunk) mentre in questo caso e' un sostantivo. La soluzione pero' non e' lontana perche' sempre con restringere, comprimere e strizzare ha a che fare, infatti Shrink, come sostantivo, e' la versione corta di headshrinker, strizzateste, o come preferiamo noi italiani, nell'ottimistica assunzione che ogni testa contenga un cervello, strizzacervelli.
UK e gli shrinks hanno un collegamento prestigioso tra l'altro. Ho da poco scoperto che a Londra trovo' rifugio, in fuga dal nazismo, il primo strizzacervelli della storia, Sigismund Schlomo, detto Sigmund, Freud. La casa in cui alloggiava adesso e' un museo, e c'e' un sito web, in cui si puo' vedere anche il famoso divano di cui il sito racconta non senza un certo involontario umorismo che e' remarkably comfortable.
Dubito che ci si possa avvicinare al lettino, ma sarebbe il posto piu' adatto dove leggersi l'articolo appena citato visto che proprio Freud cita, riportando: "the compulsion to work is created by external necessity" frase spiegata dal giornalista come: "The imperative to work springs from practical demands not immutable psychic needs".
Insomma "il lavoro paga le bollette" piu' che "il lavoro nobilita".
Tesi pragmatica ed un po' malinconica, molto d'attualita', che potrebbe forse essere riscritta, pensando a Maslow ed al buon senso, che si, il lavoro nobilita, ma solo dopo aver pagato le bollette!
- “Cara e’ bellissimo ma potresti provare a farcela in 8?”
"Questa potrebbe essere la risposta di un project manager alla sua compagna" pensavo qualche mattina fa, percorrendo il tratto tra il parcheggio e l'ufficio, con la mente gia' concentrata su come riuscire a completare le pressanti scadenze lavorative del momento.
In effetti, come i piu' attenti avranno dedotto dalla mia latitanza, in questo periodo il lavoro richiede molto impegno, tanto da quasi azzerare il tempo libero. Il progetto ed il ruolo sono interessanti per cui la motivazione e' alta ma comincia ad esserlo anche la fatica; meno male che il nono mese non e' lontano! (Onestamente, ci avevamo provato anche in otto ma non ce l'abbiamo proprio fatta)
In questo periodo quindi, la domanda che si poneva un paio di settimane fa la rubrica The Shrink and the Sage del domenicale di FT Is it important to work? non poteva non attirare la mia attenzione.
La rubrica e' un simpatico divertissement, ed il titolo la scusa per questo post... infatti che sage voglia dire saggio, anche se non lo si sa, per assonanza ci si arriva, ma shrink?
Siccome ognuno ha la cultura che si merita, a me la prima cosa che e' venuta in mente e' stata "Honey, I Shrunk the Kids" - Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi. Ma allora shrink sarebbe un verbo (shrink shrank shrunk) mentre in questo caso e' un sostantivo. La soluzione pero' non e' lontana perche' sempre con restringere, comprimere e strizzare ha a che fare, infatti Shrink, come sostantivo, e' la versione corta di headshrinker, strizzateste, o come preferiamo noi italiani, nell'ottimistica assunzione che ogni testa contenga un cervello, strizzacervelli.
UK e gli shrinks hanno un collegamento prestigioso tra l'altro. Ho da poco scoperto che a Londra trovo' rifugio, in fuga dal nazismo, il primo strizzacervelli della storia, Sigismund Schlomo, detto Sigmund, Freud. La casa in cui alloggiava adesso e' un museo, e c'e' un sito web, in cui si puo' vedere anche il famoso divano di cui il sito racconta non senza un certo involontario umorismo che e' remarkably comfortable.
Dubito che ci si possa avvicinare al lettino, ma sarebbe il posto piu' adatto dove leggersi l'articolo appena citato visto che proprio Freud cita, riportando: "the compulsion to work is created by external necessity" frase spiegata dal giornalista come: "The imperative to work springs from practical demands not immutable psychic needs".
Insomma "il lavoro paga le bollette" piu' che "il lavoro nobilita".
Tesi pragmatica ed un po' malinconica, molto d'attualita', che potrebbe forse essere riscritta, pensando a Maslow ed al buon senso, che si, il lavoro nobilita, ma solo dopo aver pagato le bollette!
Sunday, 4 September 2011
Stereotypes
Come siamo visti noi Italiani in Inghilterra?
Mi piacerebbe pensare come sofisticati elegantiae arbitri, come colti estimatori dell'arte, naturalmente come ottimi cuochi ed intenditori di musica colta. E poi estroversi, passionali, simpatici, creativi; insomma vivi e vivaci.
Sicuramente si.
Sicuramente anche.
Perche' dobbiamo arrenderci all'evidenza: lo stereotipo dice molto di piu'. Dice che siamo, o almeno eravamo perche' lo spot risale agli anni '80, anche questo:
Apprezzabile l'onesta didascalia finale: made outside Italy by Wall's (ed allora che volete da noi???)
PS: Dietro la parola stereotipo c'e' una storia interessante: nonostante la radice greca, stereotipo e' una parola relativamente nuova, risalente al sette/ottocento. Ed inizialmente aveva a che fare con la stampa. Vi ho incuriosito abbastanza? Fate un salto su wiki!
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Sunday, 21 August 2011
Staycation
Il mese scorso ho passato alcuni giorni di vacanza nella mia lontana Toscana, dividendomi tra piacevoli serate con vecchi amici, gustose cene istituzionali (leggi impegni col parentado), ed appaganti oziose giornate balneari.
In una di queste occasioni sono andato a trovare degli amici al mare a Follonica.
Complice il fatto che ci siamo dati appuntamento verso mezzogiorno, la ricerca di un parcheggio ha richiesto una buona ventina di minuti durante i quali non ho potuto non notare una sequela infinita di BMW e di Audi (e nel caso di vetture piccole di 500 o mini - che poi sempre BMW e') che si susseguivano lungo il ciglio della strada e che mi ha fatto pensare: "ma dov'e' 'sta crisi?".
L'amico mi ha fatto giustamente notare che Follonica non e' esattamente Ostia Lido, che SUV esibito e cena a cipolla e' uno sperimentato e solido stile di vita per molti e che, comunque, le crisi economiche allargano il divario tra chi si puo' permettere il cosiddetto "macchinone" e chi insegue le offerte dei supermercati.
Ho ripensato a questa osservazione quando ho deciso di fare il post di oggi perche' un anno fa ne avevo scritto un altro su glamping, il campeggio di lusso per pigri ricordate?, e glamping sta a staycation come il Suv al risparmio da bollino fedelta' del supermercato.
Staycation, credo lo si intuisca, e' la fusione di to stay e vacation, insomma, e' l'ufficializzazione linguistica del passarsi le vacanze a casa.
Staycation e' una parola relativamente nuova che il mio Oxford dictionary del 2005 non riporta ma quello online oggi si e di cui infatti wikipedia fa risalire la nascita al 2007 (l'anno dell'inizio della crisi del credito, of course).
Una staycation non implica annoiarsi in salotto o nascondersi con un po' di vergogna in cantina come faceva Abatantuomo in Nei mari del sud o semplicemente fare quello che si fa di solito bensi' andare alla scoperta della citta' in cui si vive (che spesso si puo' leggere: citta' in cui si lavora e si dorme, boulot-metro-dodo come ci hanno insegnato i francesi) e delle zone limitrofe.
Pur consentendo alla fine un risparmio rispetto ai costi di una vacanza esotica, la staycation quindi per funzionare, deve prevedere un minimo di budget da dedicare a qualcosa che ci piace fare e che di solito non si fa, deve esserci insomma un aspetto nuovo, diverso dal quotidiano, che rompa la routine.
Adesso resta solo da decidere se dopo aver condiviso con UK e US la crisi, ne vogliamo condividere anche le parole che ne sono scaturite, in originale o traducendole.
Io propongo casanza, anche se staycation fa piu' figo, come tutto quello che si dice in inglese. Che ne pensate?
Friday, 10 June 2011
Shin
Due uomini. Uno di fronte all'altro. In camice bianco.
Ma non sono dottori. E non siamo in un ospedale. Siamo all'aperto, in una vallata delle Cotswold.
I due si tengono per le spalle, si spintonano, si danno calci negli stinchi. Cercano di sbilanciare e fare cadere a terra l'altro, che e' un avversario. Il ritmo e' serrato, anche perche' l'obbligo di tenersi per le spalle implica un contatto ravvicinato e costante.
Nemo la scorsa settimana ha assistito per la prima volta ad una gara di shin-kicking che detta cosi' potrebbe sembrare una delle ultime trovate ludiche per ravvivare le annoiate palestre metropolitane ma tradotto vuol dire semplicemente darsi dei sonori calci negli stinchi, e secondo me fa male solo a sentirlo.
Lo shin-kicking pare abbia origini antiche e risalga alla meta' del Seicento (in Francia Re Sole, in Inghilterra le guerre civili, in Italia il Barocco ed il povero Galileo alla sbarra) quando i pastori inglesi (da cui il camice bianco) passavano in cotal modo amenamente il tempo libero.
Poi nell'ottocento, essendo la singolar tenzone degenerata un po' troppo (scarpe ferrate e martellate negli stinchi in allenamento per abituarsi alla sopportazione del dolore - i tempi della meditazione e dello yoga ancora lontani), il divieto di praticarlo. Da cinquant'anni si e' tornato a giocarlo, oggiogiorno proteggendosi gli stinchi con abbondanti quantita' di fieno.
La gara di shin-kicking, anzi The Shin-Kicking World Championship, come, non senza una certa ironia (spero), viene chiamata e' l'evento clou delle Cotwolds Olimpicks. Una manifestazione a meta' tra la sagra di paese e l'indimenticato giochi senza frontiere dove, tra un hamburger con cipolla e una good cuppa, si fa il tifo per la corsa nei sacchi, la gara in cariola, il tiro alla fune, il lancio del mazzuolo e quello del tronco. Insomma ce n'e' per tutti i gusti. Ed allora perche' aspettare London2012, se puo' essere anno olimpico ogni anno? The Shin-Kicking World Championship 2012 aspetta nuovi concorrenti. Mano ai martelli! :D
PS: sull'etimologia ho trovato pochino. Shin viene dall'Old English scinu, e rimanda al tedesco (das) Schiene - stecca - e all'olandese Scheen.
Sunday, 22 May 2011
Seconds
Certo che una confezione da dodici croissants e' tanto, come faccio a mangiarmeli da solo? Poi finisce come al solito, che mi strafogo per finirli prima che si rinsecchiscano. Pero' £2.99 e' un affarone. E poi sono giganteschi e senti che profumo...
Questo pensavo mentre facevo la mia esperienza di spesa estrema, almeno per un single, in un magazzino tipo Metro. Ma alla fine i croissants li avevo comprati e regolarmente ne ho avuto uno di troppo anche domenica mattina scorsa, la mattina dell'annuale Bristol10k.
Tutto bene fino al settimo chilometro quando un senso di appesantimento mi costringe a rallentare il passo.
Cavolo ero su una media di 53, si pero' proprio non ce la faccio. Tea, un croissant ed un po' di cioccolata per l'energia, basta. Non c'era bisogno di un altro crossant con la marmellata, e di quei biscotti, e poi perche' sono andato a letto cosi' tardi ieri sera...
Pensieri confusi si intrecciano mentre il passo rallenta. Poi, piano piano, il ritmo riprende ma ormai il danno e' fatto. Il chip legato alla mia scarpa registra 54 e 28. Ventiquattro secondi in piu' dell'anno scorso. Sembra poco, un niente, forse ci vuole piu' tempo a leggere questo post, e proprio per questo lascia un po' di delusione.
Second e' un true friend, molto simile all'italiano secondo, con l'inglese che ha tolto la vocale finale giusto perche' preferisce far finire le parole con una consonante (consonant per l'appunto).
Ma second non e' molto diversa anche nelle lingue dei nostri vicini o antenati: dall'originaria latina secunda (Secundus, Secundi; della seconda ovviamente :P), dal francese seconde, dal tedesco Sekunde, che ha introdotto la teutonica k, dallo spagnolo e dal portoghese segundo, dal politically correct esperanto Sekundo, che prende un po' da tutti.
Probabilmente ce lo insegnano alle elementari, ma per tutti quelli che hanno una memoria tendenzialmente ram come me, vale la pena ricordare che, according to wiki, la parola latina secunda stava per pars minuta secunda la seconda operazione di divisione dell'ora in parti da 60. Che si distingueva dalla prima operazione, quella della pars minuta prima (da cui finalmente capisco anche perche' a volte si dice minuti primi).
Insomma, 54 (primi) minuti e 28 secondi (minuti).
Appuntamento al prossimo anno. Magari con un po' di spirito olimpico in piu' nell'aria andra' meglio!
Wednesday, 22 December 2010
Secret Santa
Ed alla fine arrivo' Week 51, la settimana del Natale.
Qui, a parte una fastidiosa deadline personale ancora in ballo, c'e' aria di sbaraccamento: settimana scorsa abbiamo avuto il pranzo dell'ufficio, sono arrivate le mail dei grandi capi e gli auguri dei capetti di zona; le xmas cards sul desk cominciano a limitare il mio spazio d'azione ed io domani, condizioni meteo permettendo, attraversero' le Alpi (come Annibale, ma 10.000metri piu' su) e sbarchero' nella capitale per poi dirigermi dove "ha loco il Volto Santo".
Ed allora, quale post piu' appropriato di uno sulla tradizione del Secret Santa?
Le regole sono semplicissime:
1) prendere un regalo ed impacchettarlo ben bene in modo che trasmetta l'idea di un contenuto altrettanto interessante.
2) invitare amici e familiari a fare la stessa cosa
3) incontrarsi, mettere tutti i regali in una cesta, e poi, a turno, sceglierne uno (diverso dal proprio, ça va sans dire).
4) sperare che il caso sia stato benigno e che il regalo dell'amico a voi piaccia e sia utile
In realta' piu' il regalo e' scemo o inadatto, piu' ci si diverte (non approfittatene troppo per reciclare quello che non vi e' piaciuto!).
A questo punto non mi resta che augurarvi Joyous Noel (che ha quanto capito e' la loro versione posh ed esterofila di Merry Christmas) and Happy New Year.
Ci rivediamo ad anno nuovo (dopo Befana come ai tempi della scuola...)!
Cheers,
Nemo
Saturday, 13 November 2010
To smoke pot
"Do you, by any chance, smoke pot?"
Non so se capita anche ad altri blogger, ma ci sono post che mi viene in mente di scrivere e che poi rimangono sepolti sotto altre idee o sotto il fatto che non trovo nessuna idea per proporli. O entrambi, come in questo caso.
L'anno scorso andai a vedere una godibilissima commedia, "It's complicated", e catturai (tra le tante perse) questa espressione: to smoke pot.
Per chi, come me, pensasse che pot e' solo un vaso o una pentola ecco un estratto dal film che dissolvera' ogni dubbio.
Sunday, 24 October 2010
Stylish
Poco prima di venire in UK, quando lavoravo ancora nel varesotto, chiesi ad un'amica londinese quali fossero gli stereotipi inglesi sugli italiani. Lei si sottrasse alla domanda con un sorriso ed un sibillino "vedrai da solo".
Da un paio di mesi, al lavoro, abbiamo iniziato un nuovo progetto in cui il lead engineer e' italiano, il customer interno e' italiano, l'integratore e' italiano, il contractor e' italiano ed io sono italiano.
Nonostante ci si conosca da quando sono arrivato, perche' fisicamente stiamo nello stesso open space, appartenendo a gruppi diversi non era mai capitato finora di lavorare insieme.
Che sia stato voluto dal management o che sia casuale, sicuramente e' tutto molto piu' facile: non ci sono barriere linguistiche o culturali, e visto l'amicizia (almeno per ora) lavoriamo davvero come un team (anche se qui qualcuno che abbia fatto corsi di management, potrebbe contestare che siamo piu' un gruppo, ma non divaghiamo). Certo che sul lungo periodo lavorare tra italiani non facilita di sicuro l'integrazione o il miglioramento dell'inglese, come si diceva giusto nel post precendente.
Fatto sta che l'altro giorno, in pausa pranzo si rifletteva su questa paternita' italiana del progetto ed una collega inglese ha chiosato "beh, di sicuro verra' fuori un prodotto stylish!".
Ecco, questo e' uno degli stereotipi positivi e forse anche il piu' immaginabile.
Siamo considerati un popolo fashion conscious (io direi piu' che altro fashion maniac), molto di cio' che e' italiano e' considerato classy, la Fiat500 tallona la Mini tra le macchine piu' vendute, nei supermercati i prodotti alimentari sono venduti come delicatessen e Venezia e le colline toscane capeggiano su molte riviste.
Insomma, per ora il made in Italy e' ancora un brand spendibile e forse sarebbe il caso di darsi all'import/export ma cervelli in fuga e' un etichetta decisamente molto piu' stylish di agenti di commercio :D
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Sunday, 1 August 2010
Stall
Agosto, vacanze mie non vi conosco.
Sara' anche bello fare ferie a luglio quando costa meno, le spiagge sono meno affollate e le giornate piu' lunghe. Ma poi ti tocca lavorare ad Agosto. Per cui eccomi di nuovo qua - qua in UK intendo e di conseguenza qua sul blog ;).
Sono rientrato a meta' della scorsa settimana con una tempestica niente male in quanto questo weekend a Bristol c'e' stato l'Harbour Festival, una sorta di festa paesana senza santo ma con tanta musica, birra e cibo multietnico (il che, siccome tutto e' relativo, vuol dire anche arancini siculi, olio e vino italiano, salami e pecorino...).
Poi ci sono una miriade di banchetti (stalls) che vendono un sacco di cose, molte inutili ma carine, come la barchetta che va a propulsione candela (l'aria che si espande per il calore viene convogliata ed usata come spinta), gia' regalata ai figli dei colleghi ingegneri per la gioia dei papa'. Oppure gli aeroplanini fatti con pezzi di alluminio delle lattine (non ho ancora capito se e' una idea originale, o un prodotto importato da chissa' dove), od anche le maschere del carnevale di Venezia (col banchetto dal nome Muranoqualcosa, che non credo dica molto al Bristoliano medio).
La palma d'oro quest'anno pero' la assegno ad una pista "polistil" collegata a due biciclette con cui i bambini pedalando davano elettricita' alle macchinine. Idea semplice e geniale. E molto green! Papa' ingegneri possono mettersi all'opera! :)
Monday, 8 March 2010
Spare keys
La scorsa settimana ho avuto la fortuna di passare qualche giorno ad Amburgo, per un corso di formazione.
Avevo quindi pensato di raccontarvi dei tedeschi, che quando parlano inglese, tendono a pronunciare la w come fanno in tedesco "v" e finiscono per dire cose tipo “vi vill” invece di “we will”, o dei francesi che, causa una traduzione diretta dalla loro lingua di “J’ai faim”, tendono a dire “I have hungry”.
Avevo pensato di raccontarvi quanto mi urti che, (alcuni de)i sopra citati francesi si riferiscano al gruppo di italiani che lavorano con loro in Francia come the italian mafia (e come cantava Gaber….allora qui mi incazzo, son fiero e me ne vanto, gli sbatto sulla faccia cos'è il Rinascimento....)
Avevo pensato di raccontarvi quanto sia difficile, almeno per me, ricordare i nomi dei colleghi indiani, oppure del fatto di aver trovato a mensa un olio di marca sconosciuta e neppure troppo ricercato (miscela di oli del mediterraneo) ma prodotto nella mia citta’ natale, oppure mettervi in guardia dal Grünkohl che e' veramente troppo pesante!
Avevo infine pensato di raccontarvi del fatto che the Orbital (il grande raccordo anulare londinese) di sera dall'aereo, sembri un fiume di lava che attraversa la citta'...
…ed invece, l'evento clou del viaggio e' stato ritrovarsi al ritorno, verso le undici di sera, temperatura esterna intorno allo zero, nel parcheggio deserto dell'azienda, a cercare le chiavi dell'auto e di casa e non trovarle...e a dover piombare in casa di un'amica che gentilmente mi custodisce un paio di chiavi di scorta, o come si dice qui, spare keys.
Tuesday, 25 August 2009
Snippy
Puo' capitare che un sabato non abbiate alcuna intenzione di uscire, che vi troviate comodamente spaparanzati sul divano leggendo un libro che vi hanno appena regalato.
Puo' capitare che un'amica, con cui abbiate appuntamento per il giorno dopo, vi telefoni chiedendo di anticipare al pomeriggio stesso. Puo' capitare che voi accettiate e che vi diate appuntamento al bar del cineclub.
Puo' capitare che proprio quel sabato al cineclub proiettino un film italiano, Pranzo di Ferragosto. E puo' capitare che voi riusciate a convincere l'amica, francese - particolare non indifferente, visto che qui i film sono proiettati in lingua originale - a restare a vederlo.
Puo' infine capitare di buttare di tanto in tanto un occhio ai sottotitoli ed imparare cosi' una parola nuova: snippy, capriccioso e don't be snippy, non fare i capricci.
Puo' capitare che arrivati a casa cerchiate conferma nel vecchio dizionario inglese-italiano e non troviate snippy elencata, mentre capriccio viene tradotto come whim; ed invece la troviate su wikipedia con sinonimi come "lingua tagliente", "secca" (come nel senso di risposta secca, anche un po' rude)
Ed allora puo' capitare che ci scriviate un post sopra anche se non siete piu' sicuri del vero significato....

Il film comunque e' molto leggero e piacevole e se non lo aveste ancora visto ve lo suggerisco, magari d'inverno per ricordare i ritmi lenti dell'estate...
Monday, 20 April 2009
Spouse
Uno dei benefit aziendali e' quello di poter fare acquisti in un grande magazzino (nel senso di magazzino grande), rivenditore per grossisti e negozianti, stile METRO in Italia.
Il vantaggio e' quello di poter acquistare, tra gli altri, molti prodotti italiani di buona qualita' tipo la mozzarella di bufala, il parmigiano reggiano, del Chianti, ma anche vere rarita' come mortadella e bresaola, o fondamentali per la sopravvivenza dell'italiano all'estero come gli antidepressivi vasettoni di Nutella.
Lo svantaggio come potete immaginare e' la taglia. Non un kilo di arance, ma un'intera cassetta, non una mozzarella di bufala ma un barattolone da cinque, non un tubetto di dentifricio, ma ventiquattro, non una shampo ma tre. E cosi' via. Di conseguenza anche i carrelli della spesa non sono normali carrelli ma dei veri e propri SUV dello shopping, che li guardi e pensi che e' un eccesso, finche' non ti ritrovi alla cassa piu' carico di un bastimento inglese ai tempi della Compagnia delle Indie, e capisci che ti sei fatto fregare di nuovo.
Inoltre per fare acquisti bisogna diventare soci, sottoscrivendo una tessera annuale che vale per due persone, una per chi si abbona e l'altra per il suo/la sua spouse, insomma il partner.
Per cui di solito si cerca di fare la tessera in due, giusto per dividerne la spesa tanto che non di rado arrivano email del tipo: devo rinnovare la tessera, anyone interested?
Io l'anno scorso, visto che al momento della sottoscrizione non hanno indagato, l'ho fatta insieme ad un mio collega italiano. Quest'anno, essendo il collega nel frattempo rimpatriato, ci ho riprovato con un altro amico, ma questa volta sottoposti a domande un po' piu' pressanti ci e' mancata la facciatosta di dire che il mio amico era - ma come si permettevano di insinuare che non lo fosse! - il mio spouse.
Pero' visto che ormai la tessera a mio nome la dovevo fare, ho iscritto come mia spouse la ragazza ungherese di un altro amico. Anche una mia amica in tre anni ha "sposato" tre uomini diversi; nel database clienti noi italiani dobbiamo risultare tutti un po' sentimentalmente ondivaghi :)
Giusto una postilla: la pronuncia di spouse e' spaus (au come in mouse); per i primi cinque minuti ho detto spus (forse per incoscia assonanza con il francese épouse?) e nessuno, giustamente, capiva cosa volessi dire....
Friday, 6 February 2009
Small talks
Una delle torture a cui deve sottoporsi un expat in UK, ma penso si possa tranquillamente generalizzare, sono gli small talks, ovvero quelle pillole di conversazione scambiate tra pseudo-sconosciuti.
"Where are you from?", "How long have you been in UK?", "Sounds like an interesting job!", "Really?? Oh...Tuscany is sooo lovely", "...and after my Erasmus..." (perche' tra certi emigranti di nuova generazione c'e' sempre un Erasmus di mezzo)....etc....etc.....
Ecco dopo tre anni di questa solfa annuncio todo mundo che non ne posso piu' di small talks.
In realta' all'inizio e' molto eccitante, soprattutto per chi, come noi italiani, proviene da una realta' dove generalmente il massimo dell'esotico e' conoscere qualcuno trasferitosi da una regione diversa.
L'Inghilterra, invece con il suo multiculturalismo, ogni giorno da' l'occasione di confrontarsi con persone che vengono da ogni dove ed e' cosi' che ogni tavolata si trasforma in una sorta di sessione plenaria delle Nazioni Unite: dal collega spagnolo alla ragazza francese ma nata in Algeria, a quella egiziana, dalle persone dell'est Europa a quelle del SudAmerica, non dimenticando gli indiani e gli australiani che in Gran Bretagna sono di casa. Insomma, per dirla con un'espressione un po' scontata, un vero villaggio globale, in cui avere notizie di prima mano sull'attualita' politca e sociale, sulla cultura e le tradizioni dei diversi popoli.
A questo basta aggiungere il fatto che l'expat, soprattutto all'inizio, vive un po' come un nomade immerso in una rete di conoscenze (o social network, come va di moda dire adesso), di gente che va e viene e la frittata e' fatta.
Amici che sono all'estero da piu' tempo di me, mi assicurano che questa reazione agli small talks e' fisiologica e pure ciclica, nel senso che dopo un po' la curiosita' torna. Pero' per quanto mi riguarda, fino a nuovo ordine, basta con gli small talks please.
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Modi di dire,
Vocablogario: lettera S
Monday, 2 February 2009
The snow sticks to the ground
Oggi ha nevicato quasi tutto il giorno ed il sottoscritto ha imparato due cose:
1) Anche la BBC ogni tanto trasmette servizi "for dummies" con suggerimenti di deprimente scontatezza ed eccessivo allarme. Citando piu' o meno fedelmente: "Nevica: mettetevi in viaggio solo se necessario, copritevi pesante, assicuratevi che il cellulare sia carico e il serbatoio dell'auto pieno". No comment.
2) The snow sticks to the ground. Sticks, niente "attaches", che in effetti e' orribile, ma a me li' per li' non e' venuto in mente nient' altro. Giusto per ricordarselo, diciamo che la neve in inglese non si attacca, piuttosto si conficca, si incolla al terreno.
E speriamo non si incolli troppo altrimenti finisce che domani mattina mi tocca spalare usando la paletta della cucina o le vaschette del frizer...
Tuesday, 20 January 2009
Scaffolding
In ogni lingua ci sono delle parole che mi colpiscono particolarmente ed indipendentemente dal loro significato.
In spagnolo, lingua che fingo di saper parlare senza averla mai seriamente studiata, mi piaceva tarjeta (telefónica) (carta prepagata per le telefonate) per quella impossibile r arrotata e jota aspirata, e perche', per motivi che sarebbe lungo spiegare, mi ricorda un'estate di tanti anni fa.
In tedesco, con cui c'e' stata una piacevole frequentazione interrottasi malamente sulle innumerevoli varianti della declinazione degli aggettivi, ero incantato da alles zusammen (tutti assieme), che sembra davvero poter abbracciare tutto: dalla a (di alles) alla z (di zusammen),
In francese, se a pronunciarle e' une fille, mi piacciono tutte. Che dire, ognuno ha le sue debolezze ;)
In inglese invece, la mia preferenza va a scaffolding che, per inciso, significa impalcatura; come l'ho sentita mi e' sembrata familiare e mi e' rimasta in mente, forse perche' la trovo molto italiana.
Per iniziare contiene una doppia consonante, cosa che non mi pare cosi' frequente in inglese (don't quote me on that!) e poi si pronuncia piu' o meno come si scrive: s-c-a-f-f-o-l-d-i-n-g, non come tante altre insidiose parole, in cui la meta' della lettere vanno disperse.
Provate a dire ad un inglese, sillabando per bene le lettere, che siete stati a visitare C-o-r-n-w-a-l-l oppure che ieri avete i-r-o-n-e-d le vostre camicie, per non parlare magari di essere giusto un po' b-o-r-e-d.
Solo la sempre gradita british politeness vi salvera' da ironici commenti. Purtroppo per lungo tempo il mio compagno di scrivania e' stato un estroverso australiano...
Saturday, 13 December 2008
Scissors/See-saw
- Cosa hai trovato dentro il tuo cracker? chiede la collega inglese a quella italiana
- Scissors (forbici) risponde lei, ma quasi sillabandola in due tronconi e senza accentuarne la prima parte.
- See-saw (altalena)? Chiede con sorriso divertito l'inglese....
Questo giusto per rassicurare che anche noi che viviamo in UK di problemi con la pronuncia ne abbiamo parecchi...
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Pronuncia,
Vocablogario: lettera S
Wednesday, 19 November 2008
Scenario
Scenario, in inglese, si scrive e significa scenario.
Per una volta una parola facile, quasi amica direi. Ma il plurale?
Oggi, al lavoro, mi e' arrivata una mail che era un forward di un forward di un forward...insomma il tipo di email che, in una multinazionale, fa il giro del mondo prima di arrivare.
Il primo a parlare di scenari (un francese) ha usato scenarios. Il secondo, un inglese, ha preferito scenarii, mentre il terzo, ancora inglese, di nuovo scenarios.
Cercare sui dizionari non ha risolto del tutto la questione, in quanto l' Oxford Dictionary specifica solo scenarios, mentre lo Zanichelli gli affianca anche scenari.
Di fronte a questi diversi... scenari (scusate proprio non ce la faccio a resistere al calambour :) non mi restava che una possibilita': interpellare Google.
L'oracolo ha cosi' risposto:
25,400,000 per scenarios
2,340,000 per scenari
814,000 per scenarii
Vox populi vox Dei: da oggi per me il plurale inglese di scenario e' scenarios.
Sunday, 16 November 2008
Solace
Sabato sera: cinema. Un classico.
Questa volta abbiamo optato per l'ultimo film di 007 "Quantum of solace".
Uno di quei film di cui tutti parlano, per cui alla fine le parole del titolo diventano familiari. Familiari ma non note.
Sono dovuto andare sul vocabolario a cercare solace, per scoprire che deriva dal latino solacium e significa consolazione. Non ho capito pero' se e' sinonimo di consolation o no. Il vocabolario riporta come esempio "trovare consolazione nella religione", quindi magari solace e' solo per le grandi consolazioni dell'anima, per il resto c'e' il piu' quotidiano consolation. Indaghero'.
Ma quello che ieri mi ha sorpreso e' stato vedere scritto (over18s) accanto all'orario delle 20:30. Un film di James Bond, con sponsor tipo CocaCola e Swatch, vietato ai minori? Ma quando mai? Cerco un po' tra le pagine web del sito del cinema e trovo che, by popular demand (sigh!), esiste un over 18s screenings ovvero una proiezione per soli maggiorenni, anche se il film non e' vietato.
Si, perche' vuoi mettere il fastidio di avere seduto accanto un ragazzino di 15 anni per le due ore di un film? Inventiamoci invece una bella proiezione solo per maggiorenni!
Ma esistono davvero adulti a cui questo potrebbe dare fastidio? Voglio sperare sia solo una trovata pensata per i ventenni che vogliono essere sicuri di non trovarsi tra i piedi i vari little brothers e little sisters .
Pero' non e' detto, perche' la settorizzazione per eta' l'avevo gia' notata. La stessa catena di cinema offre anche il Senior vue, uno spettacolo pomeridiano a prezzo ridotto, solo per ultrasessantenni.
Ottima idea scontare il prezzo del biglietto agli anziani ma perche' tutta questa divisione per fasce d'eta'? E se un trentenne avesse un pomeriggio libero e volesse vedersi proprio quel film? Niente, rimandato a casa.
Profondo disaccordo. Per cui abbiamo fatto l'unica cosa in nostro potere: siamo andati allo spettacolo delle 20:00.
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