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Saturday, 2 March 2013


Instructions

Oggi parliamo di un tipico aspetto della cultura inglese, che potrebbe essere classificato sotto il nome di "non dirmi che non ti avevo detto come procedere", apprezzabile in linea di principio, ma ormai completamente degenerato nel ridicolo.

Perché io capisco e condivido che nella gestione di un Paese così ricco di culture provenienti da tutto il mondo non si possano dare per scontati comportamenti e usanze, e per cui sia apprezzabile che, per esempio, a Londra delle scritte per terra (look right, look left, con tanto di freccia, per chi non se la cava ancora con l'inglese) ricordino al forestiero pedone in procinto di attraversare la strada da quale direzione le macchine potrebbero arrivare, ma non capisco perché un automobilista non dovrebbe sapere che al rosso ci si ferma:



Ci sarei anche passato sopra, su questo lapalissiano cartello, figlio di quella cultura di cui dicevamo all'inizio, se non fosse che da qualche giorno ho visto un nuovo cartello in giro:



Ed allora io mi immagino il lungo dibattito al Ministero dei Trasporti in cui esperti del traffico e della comunicazione si interrogano sulla completezza logica dell'affermazione "when red light shows wait here" per concludere che quel segnale, implicando solo che i veicoli si fermino, senza dare alcuna indicazione su quando sia lecito ripartire, rischi di mettere il Paese di fronte a code infinite ma giustificate, dirò di più, quasi sconsideratamente sollecitate dall'autorità e che bisogna lanciare subito, senza indugi, una campagna di ritiro dei vecchi cartelli, logicamente difettosi, per sostituirli con un inequivoco "wait here until green light shows".

Però non posso, da cittadino attivo, non pormi una domanda: e se la lampadina del verde si è fulminata? Statisticamente ogni tanto accadrà. Ecco si, domani mando una mail suggerendo un nuovo, ultimo cartello, "aspettare qui fino a che non appare la luce verde - solo in caso di semaforo funzionante".

PS: instruction, così come instruct, instructor e affini derivano tutti da instrŭĕre (instrŭo, instrŭis, instruxi, instructum, instrŭĕre)

Saturday, 9 February 2013


Any preference?

Che la legge non sia proprio uguale per tutti, nonostante l'opposto sia assicurato a chiare lettere nelle aule di tribunale (e chissà se ci sarebbero gli estremi per una causa per pubblicità ingannevole) penso sia una verità con cui ognuno si sia prima o poi, in maniera diretta o indiretta, confrontato. Però che anche la legge elettorale non fosse uguale per tutti, questo non me lo sarei mai aspettato.

Giovedì scorso mi sono arrivate dal Consolato di Londra le schede elettorali ed ho scoperto che, noi votanti nelle circoscrizioni estere, possiamo esprimere delle preferenze sui candidati. Da noi la legge n. 270 del 21 dicembre 2005, altresì familiarmente nota come "il Porcellum", non si applica, bensì abbiamo una legge elettorale ad hoc.

E qui, azzardando una disamina etimo-sociologica per la quale evidentemente non ho i titoli, secondo me ci sarebbe da dirla lunga sul fatto che il termine sia diventato, per quanto pessima nelle intenzioni e nei fini possa essere la legge stessa, tanto popolare e che un intero Paese, classe dirigente in testa, accetti, seppur con sarcasmo, di riferirsi ad essa, una delle leggi fondanti della sua democrazia, quella elettorale appunto, con la parola "porcellum" e poi si fermi lì, senza fare niente, come se la sola appellazione negativa avesse delle proprietà traumaturgiche o limitasse le responsabilità di chi non fa niente per cambiarla avendone i mezzi. Insomma non riesco ad immaginare che gli Inglesi, ancora, classe dirigente in testa, potrebbero per anni accettare di avere una "piggy electoral law" e magari riderci su. Chiusa parentesi, altresì familiarmente noto come pippone.

Così ieri sera, mentre il mio omonimo atmosferico purtroppo imperversava su New York, mi sono dedicato a più miti attività, con accanto solo una tazza di tea, l'inciso è per gli affezionati, ovvero spulciare i candidati delle liste papabili. Esercizio lungo, perché colpevolmente non mi sono informato fino ad ora sui candidati, in certi casi frustrante, visto la pochezza di materiale in rete su alcuni, in altri deludente vistone la qualità.

Preference come si può facilmente immaginare, vuol dire preferenza, e la somiglianza è dovuta ancora una volta, nell'origine latina: praeferre (præfĕro, præfĕrs, prætuli, prælatum, præfĕrre), portare avanti.

E, visto che la preferenza sposta il potere decisionale nella direzione del cittadino, dopo la campagna "Il Natale a Natale" e "Conosci i tuoi diritti" (commerciale versione mestamente contemporanea del più salvifico Conosci te stesso), posso sicuramente portare avanti l'idea che "Preferisco la preferenza!"

Sunday, 23 December 2012


Christmas pudding

Tempo di Natale, tempo di tradizioni, tempo, in Inghilterra, di tacchini farciti e di Christmas puddings.

E, visto che le parole tacchino e farcito, possono dare sufficienti indicazioni su cosa ci si possa aspettare anche a chi un Natale all'inglese non lo abbia mai festeggiato, parliamo invece di puddings (pronuncia pudding - non padding per inciso)

Intanto perché di varietà di puddings ce ne sono davvero tante, da quelli salati, come lo Yorkshire pudding, a quelli dolci, come il Christmas pudding per l'appunto, ma anche perché per un esponente dell'upper class o dell'upper-middle, la parola pudding indica addirittura un qualsiasi dolce rendendo la cosa ancora più confusa (dessert, ho scoperto, è invece considerato decisamente middle class).

Oddio, ad ormai poche ore dal Natale, questo post arriva decisamente in ritardo, nel caso avessi voluto suggerirvi l'idea di preparare un pudding. Tradizionalmente infatti, il pudding di Natale, una specie di budino denso a base di ingredienti leggeri quali frutta secca, spezie dolci, zucchero, burro, immerso ovviamente in qualcosa di alcolico come sherry, brandy o whisky e servito con custard cream o gelato, dovrebbe essere preparato la domenica dell'Avvento.

Oggigiorno in realtà, a giudicare dalla quantità di Christmas puddings nei supermercati, da quelli economici di Tesco a quelli "branded" degli chef arruolati da Waitrose, gli Inglesi preferiscono dedicare il tempo libero ad altro ed accontentarsi di un (ennesimo) prodotto confezionato.

Però per chi volesse profumare il Natale con un po' di englishness, e non avesse una gastronomia inglese sotto casa, suggerisco di provare un insolito pudding, quello di Agatha Christie: The Adventure of the Christmas Pudding"

Un'elegante casa nella campagna inglese, il pranzo di Natale, l'inevitabile ereditiera innamorata di uno scapestrato, un gioiello scomparso e l'occhio attento di Poirot (anche lui, come noi, straniero alle prese con l'inglesità ed ovviamente la tradizione del Christmas pudding. Ironico e leggero, è un godibile raccontino per continuare, dopo il pranzo di Natale, a frequentare il cibo a calorie zero.

Merry Christmas!

Saturday, 1 December 2012


Better safe than sorry

Durante un recente fine settimana cultural-masochistico a Stratford-upon-Avon, dove l'aspetto culturale era costituito dalla visione di una commedia di Shakespeare e quello masochistico pure (per la già sperimentata velleità dell'atto riguardo alla possibilità di comprensione), ho soggiornato in uno dei tanti bed&breakfast della zona imbattendomi nella concretizzazione fisica di una delle maggiori ossessioni inglesi, quella per la sicurezza, per il safety first.

Il phon che ho trovato nella stanza, infatti, non solo era fuori dal bagno ma aveva anche quattro barriere "funzionali"

1) per far funzionare il phon si doveva tenere premuto il pulsante sul manico, in caso di rilascio il phon smetteva di funzionare
2) l'interruttore nero I/O doveva essere posizionato su I
3) ovviamente la spina doveva essere inserita nella presa
4) la presa doveva essere attivata tramite l'interruttore posto a suo fianco

Un grande sforzo che, a pensarci bene, non garantisce neppure un sistema molto più sicuro di altri perché chiunque lascerà sempre attaccati l'interruttore I/O, la spina nella presa e la presa collegata alla rete dopo aver fatto la, seppur minima, fatica della prima volta!

Sunday, 11 November 2012


To show off

To show off, mettere in evidenza le proprie capacità per vanto o esibizionismo - Wiktionary, non è un atteggiamento molto apprezzato in UK.

Ostentare chi si è e cosa si è fatto, vantarsi dei propri successi, esibire ricchezza e potere non crea ammirazione, casomai il contrario. Gli Inglesi preferiscono (o forse sono costretti a preferire, mi spingerei a dire, visto le convenzioni sociali) l'arma dell'ironia e dell'understatement.

Questo è un aspetto che ritorna spesso durante le chiaccherate con gli amici inglesi e che ho ritrovato in un interessante, anche se un po' troppo prolisso, libro "Watching the English: The Hidden Rules of English Behaviour" dell'antropologa Kate Fox.

E più si è upper class, più l'understatement è di rigore. Nel libro l'autrice fa l'esempio di dove si troveranno appese, in casa di una famiglia upper class, le foto che ritraggono i proprietari in compagnia di persone note ed importanti: non nella living room, dove costituirebbero un'ostentazione davvero piccolo borghese tradurremmo noi, bensì nella zona che porta al bagno di servizio per indicare che sono momenti della vita a cui si dà abbastanza importanza da incorniciarli ma non troppa da esibirli. Perché proprio il bagno di servizio e non quello privato? Perché è molto probabile che prima o poi un eventuale ospite usi il bagno di servizio e quindi incappi nelle foto. Estremamente contorto, e fondamentalmente ipocrita volendo, ma perfettamente logico nell'ottica di come show off senza show off.

Sempre gli amici inglesi ci ricordano che gli americani invece sono l'opposto, e quello che qui è malsopportato esibizionismo lì crea ammirazione sociale.

Tutto questo mi è venuto in mente stamattina, guardando le copertine di due settimanali che riportavano la notizia della rielezione di Obama dove, anche facendo finta di non conoscere la nazionalità delle testate, quella americana è più che evidente evidente!

Monday, 24 September 2012


Multicultural

Un collega ucraino, uno australiano ma originario di Taiwan, un paio di spagnoli, una cinese che arriva dallo stabilimento tedesco, un'italiana originaria della Cina, un tedesco, diversi indiani (o più probabilmente inglesi di genitori indiani), un francese originario dello Sri Lanka, una greca ed un'olandese. Ovviamente la banda di noi italiani. E poi, incontrati fuori dal lavoro, polacchi, altri francesi, serbi, croati, russi, argentini, cileni, iraniani.

E poi tutti i possibili incroci: italiani sposati o fidanzati con inglesi, un collega italiano sposato con una ungherese, un altro con una slovacca, un altro in civil partnership con un ragazzo dello Sri Lanka ed ancora matrimoni anglo-francesi, relazioni italo-spagnole, franco-ucraine, e figli inglesi di matrimoni anglo-francesi, relazioni italo-spagnole, franco-ucraine...

Insomma, la società inglese che mi circonda (e qua siamo a Bristol neppure a Londra) è indubbiamente, profondamente multiculturale.

Ok, io sono un expat per cui frequento principalmente expats e la mia percezione è sicuramente deformata ma i numeri del Migration Observatory descrivono, facendo una media, che un buon 10% della popolazione è straniera o cittadina britannica ma di origini straniere.
Ed anche se i problemi di integrazione esistono e, come sempre, si esasperano tra gli strati meno abbienti ed istruiti della popolazione dove paure, frustazioni, difficoltà sono maggiori (come tra l'altro ben illustrò un documentario della BBC girato proprio dietro casa mia) l'effetto a lungo termine, secondo me, è sano.

Le differenze culturali infatti sono tali e tante che uno alla fine le ignora e, dopo la curiosità o la diffidenza iniziale, a seconda del retroterra personale, esse diventano fattori senza importanza; la normalità diventa proprio la varietà, ed ognuno viene giudicato semplicemente per chi è e per come si comporta, non per dove è nato.

Come, forse (vedi cfr 48), scrisse Albert Einstein sul visto di ingresso in US, "razza: umana".

Friday, 13 July 2012


High tea

La giornata trascorsa ad Henley, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, è stata così ricca di spunti ed osservazioni curiose che raccoglierle tutte in un solo post non era proprio possibile.

Tra i tanti aspetti che hanno catturato l'attenzione di noi expat-turisti, uno, in quanto quintessenza della tradizione british, vale la pena ricordarlo: la pausa tea.

Tra le quattro e le cinque infatti (il riferimento temporale è per chi volesse replicare con precisione l'esperienza) il programma riportava "tea time".

Ovviamente trattandosi di Henley la pausa tea non poteva essere rappresentata solo da una semplice good cuppa, bensì quasi da una cena che, nel nostro caso, era composta da: tea e latte di accompagnamento, scones (buonissimi panetti con o senza uvetta, da spalmare di clotted cream e marmellata, spesso di fragole, soprattutto in questa stagione), sandwiches, con l'immancabile salmone che fa tanto alta società, e qualche tortina tra cui una delle piu' saporite lemon cake mai assaggiate.


Questo per me è un afternoon tea; un'amica inglese ha detto che un tea così abbondante potrebbe essere chiamato anche high tea, anche se wikipedia fa una sottile distinzione di orario e di menu.

Minime differenze a parte, vi avverto che se un inglese vi invita per un tea alle sette di sera invece che alle quattro di pomeriggio, probabilmente vi sta invitando a cena. Questo confonde un po' le cose e implica il rischio di saltare la cena o cenare due volte!

Comunque, un tea caldo, con o senza caloricamente ricco accompagnamento, è un menu piacevole, che tuttavia senza rimpianto nelle prossime due settimane sostituirò con gelati, cocomeri, paste fredde, insalate e tutto l'armamentario culinario necessario a contrastare l'italica calura.

Insomma è arrivato tempo di vacanze. Ci risentiamo per fine luglio, e sarà già ora di Olimpiadi...

Cheers!

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Chiuso per ferie
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English and its neighbours
tea:m [I] tee m [D] thé m [F] té m [E]

Friday, 6 July 2012


Regatta

Henley Royal Regatta is undoubtedly the best known regatta in the world.

Undoubtedly? Best in the world? Non riesco a credere che questa frase così assertiva, così tranchant, così spaccona direi, tratta dal sito web della manifestazione, possa essere uscita dalla mente di qualche distinto signore inglese. Dov'è finito il tanto ammirato understatement?

Fatto sta, però, questa frasina "markettara" ha fatto il suo dovere e sabato scorso siamo partiti con alcuni amici, destinazione Henley, paesino sulle rive del Tamigi, una cinquantina di km ad est di Londra.

L'Henley regatta è un evento annuale che si svolge su più giorni e raggruppa una serie di gare di canottaggio, con equipaggi che vengono da tutto il mondo. Il programma è davvero molto ricco, con gare ogni dieci minuti circa, dalla mattina alla sera.

Quindi un evento prettamente sportivo penserete voi. In realtà no, tutt'altro.

L'idea che mi sono fatto è che le gare siano solo una scusa, a dirla tutta non si vede neppure chi le vince, il percorso è troppo lungo e non ci sono maxischermi; si fa solo un po' di tifo quando passano le imbarcazioni e poi si torna alle attività principali: bere, mangiare, divertirsi, farsi vedere, e, per alcuni, fare public relations.

Sì perché l'Henley regatta è uno di quegli eventi dove la società bene, quella delle esclusive scuole private e dei prestigiosi club di canottaggio, riconoscibilissimi nelle loro estrose divise multicolore, ama incontrarsi.

Però anche se ricchi e upper class, restano pur sempre inglesi, per cui la pausa per il lunch time diventa l'occasione per un picnic. E la felicità è un sandwich (magari con salmone invece che col tonno) e abbondanti dosi di alcohol (magari champagne invece di birra). Ed il picnic si fa sul prato trasformato in parcheggio, per cui si assiste a questo spettacolo un po' comico, più che altro perché insolito, di uomini in blazer e cappelli di paglia e donne in eleganti abiti da cocktail e tacchi alti che sorseggiano champagne in flute di plastica e mangiano tramezzini tra una Rolls-Royce ed una utilitaria, perché in teoria, molto in teoria, siamo tutti uguali, ed il parcheggio è accessibile a tutti.

Però le differenze ci sono e per evitare che questi due mondi si mescolino troppo, ci sono zone esclusive, dove può entrare solo chi fa parte dei club di canottaggio ed i loro amici, zone semi esclusive, dove basta pagare, e poi c'è il tratto lungo fiume, una striscia larga un metro che a fine giornata diventa un unicum di persone, plaid da picnic e, soprattutto, bottiglie vuote.

E siccome una società classista come quella inglese non può non aver sviluppato tecniche efficaci per evidenziare a colpo d'occhio chi è veramente esclusivo e chi si è solo tra-vestito come tale, non vendono biglietti ma badge da mettere in vista, di forme, colori e materiali diversi, dal vile cartoncino allo scudino metallico, ed io mi sono chiesto quelli che ne esibivano quattro o cinque chi fossero, se mostrassero quelli degli anni precedenti, perché le zone ad accesso limitato erano solo due!

Comunque la giornata che ne esce fuori è davvero piacevole, l'atmosfera è molto rilassata e festaiola, ed anche giocare allo snob per un giorno alla fine è divertente, una sorta di carnevale per adulti. Highly recommended.

Henley Royal Regatta is undoubtedly the best known regatta-party in the world.



English and its neighbours
regatta: regata f [I] regatta f [D] régate f [F] regata f [E]


Friday, 8 June 2012


Art

Lo squalo è lungo, più lungo di me e con le fauci completamente aperte.

Mi avvicino, lo guardo con attenzione, lo esamino quasi. La pelle grigiognola, l'interno della bocca bianchissimo. Dovrebbe incutere timore ma gli occhi spenti e la pelle raggrinzita comunicano un'aria stanca, un po' sonnacchiosa: più che aggressivo mi sembra uno squalo che sbadiglia. Anzi nemmeno quello, perché anche un pigro sbadiglio ha pur sempre una sua lenta dinamica, mentre questo squalo è immobile, bloccato in una sorta di fermoimmagine tridimensionale, prigioniero in un acquario di formaldeide che è la sua trasparente bara di vetro.

Attorno, le pareti della stanza sono tappezzate da sottili vetrine multipiano, contenti pillole medicinali accuratamente allineate in singola fila su ogni ripiano. Tanto asettiche, neutre ed anonime quanto una malattia puo' essere invece infettiva, dolorosa, personale.

E poi ci sono i pesci morti, anch'essi annegati (ammesso che lo si possa dire per un pesce) in una soluzione di formaldeide. Ognuno nel suo parallelepipedo trasparente, tutti allineati a destra in un'installazione e, immagino, per amor di simmetria (e di facile fatturato), a sinistra in un'altra gemella.

E poi un portacenere bianco, di forma semplicissima, classica: rotondo, con tre buchette disposte a 120 gradi dove far riposare la sigaretta tra una tirata e l'altra. Un portacenere gigante però, di più di due metri di diametro, pieno di vere cicche - che fanno il loro dovere emanando vera puzza di cicche - e pacchetti vuoti ed accartocciati, ormai inutili, morti pure loro.

E poi la testa mozzata di una mucca con delle mosche che le volano attorno. E sara' anche il ciclo della vita ma è davvero disturbante, e lo sarebbe pure la visione, che lascio agli altri, delle interiora di una mucca tagliata a metà, per lungo, ed esibita in due bacheche tra cui gli inglesi, con innata dedizione alla coda, sfilano pazientemente.

Il tutto inframezzato, forse per riprendere il fiato, da tante tele bianche piene di pallini colorati, anche questi però ripetuti ossessivamente, o quanto meno serialmente: tutti dello stesso diametro, perfettamente tondi e disposti in reticolo, equidistanziati di una lunghezza pari ad un diametro in entrambe le direzioni.

Ed infine, in un'altra sala, completamente buia, "For the love of God" il famoso teschio (di platino) interamente ricoperto da un reticolo ordinato di diamanti. Un'opera dove il sentimento della morte, usualmente indotto dalla visione di un teschio, viene annichilito da una miriade di luci colorate, purissime e vivaci, in cui i diamanti si accendono e si spengono sotto il fascio di luce che illumina il teschio. Un oggettino da undici milioni di sterline di costo di produzione; il valore di mercato è molto fluttuante, quello artistico giudicatelo voi.

Le opere di Damien Hirst, talentuoso e furbo artista concettuale inglese che si confronta con gli universali temi della vita e della morte, sono in esposizione alla Tate Modern di Londra fino al 9 Settembre; "For the love of God", gratuitamente, fino al 24 Giugno.



English and its neighbours
art: arte f [I] Kunst f [D] art m [F] arte f [E] ars, artis [L]




Wednesday, 30 May 2012


Weekend

"E in questo sabato qualunque un sabato italiano..." cantava Sergio Caputo alla fine degli anni '80.

Beh, lo scorso sabato e più in generale lo scorso fine settimana per me è stato molto molto italiano ma per nulla qualunque, un fine settimana che aspettavo da molto tempo a dirla tutta.

Londra ed un inaspettato sole estivo hanno fatto il resto.

Venerdì sera incontro con Marco Travaglio e Antonio Padellaro dal titolo Fatti non quotidiani: da Berlusconi all’Europa di Monti, fuggire o tornare? Per chi non avesse voglia o tempo di guardarsi il link, fondamentalmente la risposta di Padellaro è stata che no, non è proprio il momento di tornare perché le opportunità lavorative in Italia non sono migliorate; mentre Travaglio ha sottolineato che se si è interessati ad entrare in politica, questo è il momento di tornare, perché il crollo dei partiti lascia aperte praterie sconfinate.

Sabato sera concerto di Daniele Silvestri. Onestamente eccellente. Forse perché era la fine del tour, o perché invece delle platee oceaniche che consentono gli stadi eravamo poche centinaia di persone in un locale chiuso, Silvestri, come direbbero i bravi giornalisti, si è speso con generosità, in un concerto senza scaletta in cui ha eseguito le canzoni che gli venivano richieste (o meglio urlate) da noi pubblico. Ovviamente non ho potuto non unirmi al coro di Questo paese e a quel lucido bellissimo poema di Gaber che è Io non mi sento Italiano...ma per fortuna lo sono.

Un denso fine settimana insomma, arricchito dalla compagnia di amici, inframezzato da piacevoli pennichelle ad Hyde Park, pedalate notturne in Barclaysicletta, assaggini vari al Borough Market, una foto alla placca del binario 9¾, una capatina alla Tate Modern, ed anche, on peut pas tout avoir malheureusement, inaspettati incontri mancati.

E questo era solo l'antipasto: è alle porte il fine settimana dell'anno, il (very) long Bank Holiday che celebra i 60 anni di regno della Regina. E noi, a differenza di molti inglesi che approfittano per andarsene in qualche spiaggia del mediterraneo, da bravi turisti ci saremo.

Turisti sì, perché tante volte vivere all'estero è dura ma altrettante sembra davvero di vivere in vacanza!

Wednesday, 23 May 2012


To draw an error

Qualche mese fa una mia amica siciliana ha scritto alla BBC per lamentarsi del fatto che in una loro trasmissione abbiano affermato che la Sicilia disti pochi chilometri dall'Italia. Ovviamente la polemica non è su quanto disti ma sul fatto che la Sicilia sia Italia e quindi non ne possa distare.

Recentemente la BBC le ha mandato una compita risposta dove i "thank you", i "sorry" e gli "apologise" si sprecano. Ho avuto il permesso di riportarla qui integralmente:

Thank you for contacting us about ‘Sicily Unpacked’ shown on 13 January.

We apologise for the severe delay in replying. It was caused by an admin error and we’re very sorry for this.

We understand you felt it was incorrect to state that Messina is a few miles away from Italy when in fact it is part of Italy.

We apologise for this mistake, you are correct and we did of course mean to say “Italian peninsula”.

At the BBC we go to great lengths to ensure accuracy in all of our journalism. However, as we're sure you can appreciate, occasionally mistakes occur. We are sorry if this caused you any offence and we hope that this explanation helps to assure you that we have taken your concerns seriously and made them readily available to all the relevant editorial staff.

Thank you for drawing this error to our attention and for taking time to contact us.

Kind Regards


Dal punto di vista dell'inglese mi sono piaciute due espressioni che non conoscevo: to go to great lengths e to draw an error.

L'errore invece mi ha ricordato quel vecchio slogan di un mobilificio che recitava "consegna in tutta Italia, isole comprese", dove quel pleonastico isole comprese, mi sembrava sottolineasse che non fosse per niente scontato che l'Italia tutta comprendesse anche le isole.

Però, però...Com'è che la BBC è caduta in questa svista? Ok, loro dicono che con Italia intendevano la penisola Italiana ma per me la spiegazione è più sottile ed inconscia.

Saprà di classica dietrologia italiota ma la mia idea è che gli inglesi, isolani pure loro, abbiano semplicemente trasposto sulla Sicilia e l'Italia il loro modo di sentire la loro condizione. Una pubblicità di un servizio di pulmann che circola in queste settimane nella metropolitana di Londra può rendere l'idea di cosa penso: leggete la scritta nel disco rosso.


"Megabus.com also goes to Europe"?? Sorry for drawing this error to your attention ma in Europe, volenti o nolenti, ci siete già!

Friday, 20 April 2012


Please touch!

All'inizio di ogni anno, l'azienda per cui lavoro organizza un evento per celebrare i risultati dell'anno precedente e presentare gli obiettivi di quello appena iniziato. Da un paio di edizioni, a questo evento viene invitato a parlare anche uno speaker motivazionale che spesso racconta quelle che sembrano un sacco di ovvietà, ma di quelle che di tanto in tanto fa bene rinfrescare.

Per esempio quest'anno ci hanno suggerito di "controllare le variabili controllabili" perché tanto su quelle incrontrollabili non ci possiamo fare niente, di "investire sui nostri punti di forza" consiglio vagamente in controtendenza con l'approccio più diffuso di colmare i punti deboli, ed infine di "don't say don't" perché se ci dicono di non fare o pensare a qualcosa probabilmente non faremo che (o penseremo che) a quella.

"Please don't touch" è la scritta che si trova in molti musei, per ricordarci che quella statua, dipinto o installazione non va sfiorata, che bisogna resistere alla tentazione di sentire quanto sia freddo quel marmo modellato da Michelangelo o di capire se i semi di girasole dell'istallazione di Ai Weiwei alla Tate sono incollati tra loro o stanno su per gravità.

Qualche settimana fa sono andato alla scoperta della parte est dell'Inghilterra, dedicando un giorno alla visita di Brighton e del suo Pavillion. Per chi non lo conoscesse (come me prima di venire in UK) è un palazzo in stile orientale - indiano l'esterno, cinese l'arredo interno - che l'estravagante ed edonista Re Giorgio IV, sul trono 200 anni or sono, abitò fin da giovane come casa di feste, ristrutturando quella che prima era una farmhouse.

Gli interni del palazzo sono fastosi e ricercati, e le pareti ricoperte di tessuto; immergono il visitatore in quella che sarebbe potuta essere in Occidente l'idea della Cina nell'ottocento (quando in ben pochi ci erano stati o avevano la possibilità di andarci davvero).

In una stanza secondaria, che porta all'immancabile coffe shop, i gestori del palazzo-museo hanno attaccato al muro dei quadretti di tessuto da parati con scritto sopra "please touch". Sono un po' sporchini e lisi. Lì per lì non si capisce il motivo, poi si nota che accanto ad ognuno di essi c'è un quadretto di tessuto gemello, ma riparato da un vetro, ed il confronto fa capire quanto anche un distratto sfioramento da parte del turista curioso, sommato a quello di tutti gli altri che hanno avuto lo stesso impulso, possa consumare una superficie.

Semplice ed immediato, no?

PS: To touch deriva dal francese toucher e quindi segue lo stesso ramo mediterraneo di toccare/tocar/tangere (tangere, che alla prima persona fa tango, un ballo dove in effetti c'è contatto, ma chissà se c'è qualche nesso). Il tedesco con berühren prende un'altra, misteriosa, strada.

English and its neighbours
to touch: toccare [I] berühren [D] toucher [F] tocar [E] tango, -is, tetīgi, tactum, -ĕre [L]

Saturday, 14 April 2012


Bridge

Putney Bridge è un ponte sul Tamigi che unisce i quartieri di Putney e Fulham e mi chiedo perché Putney abbia vinto su Fulham ed il ponte non si chiami Fulham Bridge o almeno Putney-Fulham o Fulham-Putney Bridge.

Putney Bridge è un ponte ma è anche il nome della stazione della metropolitana di Londra che ad un estremo del suddetto ponte ha la fermata.

Putney Bridge è sulla linea verde, la stessa di Westminster e di Victoria ma non è sicuramente uno dei punti caldi del circuito turistico londinese.

Non ci si passa per caso. Ci si va apposta. Una volta l'anno.

E' dal Putney Bridge infatti che parte la storica gara di canottaggio tra gli equipaggi studenteschi di Oxford e Cambridge, competizione talmente "iconic" che si chiama semplicemente "The Boat Race" senza bisogno di specificare che boat e che race.

Quest'anno ho colto l'occasione di una Pasqua trascorsa in terra inglese per assistervi.



Nonostante la fredda giornata che invogliava più ad un tea davanti ad un camino che ad una birra ed un hamburger lungo fiume, l'atmosfera era piacevole, molto rilassata, come sempre in UK, con molti londinesi, qualche turista, i ragazzi dei club di canottaggio (si riconoscevano per il pullover cremino a coste e la giacchetta blu, e per quella faccia pulita e serenamente aristocratica che spesso hanno i ventenni di questi college), tante sciarpine e palloncini blu per Oxford ed azzurri per Cambridge, telecamere della BBC, atleti delle scorse edizioni e le immancabili vendite di biscotti di autofinanziamento dei ragazzini.

Questa è stata la 158esima edizione: la prima si è svolta nel 1829 (e ricordando una delle poche date scolastiche - Congresso di Vienna 1815 - si capisce di che tempi si parla, Metternich e Talleyrand al Congresso, Mazzini e Garibaldi giovini e baldi ventenni). Per chi avesse già fatto mentalmente i conti, 1829 è un po' più di 158 anni fa: alcune edizioni sono saltate causa guerre mondiali e ricorrenza non annuale all'inizio.

Come forse ormai saprete la gara è stata piena di colpi di scena, con un uomo che, nuotando tra le imbarcazioni per protestare, according to him, contro l'elitarismo di Oxbridge (lui, ex studente alla London School of Economics, una delle più esclusive scuole di economia del mondo, vabbè) ha obbligato ad interrompere la gara; a gara ripartita c'è stato poi uno scontro tra i remi delle imbarcazioni, con rottura di quello di Oxford, ed infine un atleta di Oxford collassato per lo sforzo alla fine della gara (per di più con la sfortuna che essendo l'ultimo della fila non lo ha notato nessuno per diversi minuti).Ovviamente con 7 rematori contro 8, Oxford ha perso.

Siccome tutto questo è accaduto dietro la curva del percorso, nel frattempo io ero già altrove e l'ho scoperto solo la sera a casa.

Tuttavia, per quanto si dica che in televisione si veda meglio (ed è ovviamente vero), resta sempre un "si vede" non un "si vive" (non per niente un evento in diretta in inglese si dice "live") per cui non sono troppo rammaricato.

Mi porterò dietro tanti piccoli dettagli: il tono secco deciso ed autorevole di Zoe de Toledo, la timoniera di Oxford, mentre pronuncia un semplice "ready, go!", l'incredibile lunghezza degli affusolatissimi scafi, lo sguardo fiero e concentrato dei giovanissimi atleti - futuri dottori, criminologi, professori di inglese, psicologi, dopo tutto sono studenti - l'eleganza della remata in sincrono.

Insomma, un'esperienza che vale la pena.

Allora? Chi viene a Henley questa estate?

PS: Estratto della gara; Preparazione dell'Oxford team

PPS: Curiosita' toponomastica:
Ox-ford: Guado (ford) per i buoi (oxen)
Cam-bridge: ponte sul fiume Cam.

English and its neighbours
bridge: ponte m [I] Brücke f [D] pont m [F] puente m [E] pons, pontis [L]

Saturday, 10 March 2012


Beware of the frog?

Attenzione frane, attenzione raffiche, attenzione aerei treni e tram, attenzione mucche, attenzione cervi, attenzione passaggio a livello.

Di segnali stradali di pericolo ne ho incontrati parecchi ma "attenzione rane" non me lo sarei mai potuto immaginare!!



English and its neighbours
frog: rana f [I] Frosch m [D] grenouille f [F] rana f [E] rana, -ae [L]

Tuesday, 14 February 2012


Half

"Half?" mi chiede a conferma, stupita, la ragazza al di la' del bancone. Forse, confusa dal mio accento, pensa di non aver capito bene.

"Yes, half please" confermo io con studiata indifferenza, un automatismo raffinato in cinque anni di pratica.

Il volto della ragazza, gia' accigliato, si carica di una leggera smorfia, in parte attenuata dalla magnanimita' che, a qualsiasi latitudine, viene riservata agli stranieri; meccanicamente comincia a spillare half pint della birra locale.

Eh si, tanto vale lo sappiate cosi' vi regolate: ordinare mezza pinta di birra e' un po' da debolucci - a meno che non siate quello che deve guidare. Per l'autoctono infatti l'unita' standard e' una pinta (la misura standard svariate pinte...).

E si ordina chiedendo "a pint of ..."(Two pints of lager and a packet of crisps e' ad esempio il titolo di una sitcom della BBC) mentre per la mezza pinta basta dire "a half of ...". Sembra ovvio ma lo sottolineo perche' io all'inizio chiedevo "a half pint" venendo spesso frainteso, e mi ritrovavo a dover bere una pinta intera.

Un altro elemento di confusione e' che la pinta non e' la misura di default per tutte le bevande. Per una coca-cola la regola si rovescia: la misura standard e' la mezza pinta (servita con ghiaccio, in qualsiasi stagione) e se vuoi il bicchierone devi chiedere esplicitamente una pinta.

In effetti, perche' riempirsi inutilmente lo stomaco con bevande analcoliche se c'e' l'alternativa di un'ulteriore pinta di birra?? :)

English and its neighbours
half (adjective): mezzo [I] halb [D] demi [F] medio [E] dīmĭdĭus [L]
half (noun): la metà [I] der(die) Halbe [D] la moitié [F] la mitad [E] dīmĭdĭum,ii [L]

Tuesday, 12 July 2011

Her Majesty the Queen



Her Majesty The Queen Elizabeth II sfila in una carrozza scoperta e trainata da quattro, principescamente bianchi, cavalli. Seduto accanto a lei c'e' il consorte: His Royal Highness The Duke of Edinburgh, all'anagrafe Prince Philip of Greece and Denmark.

L'inno risuona in sottofondo, la Regina saluta ruotando avanti ed indietro mano ed avambraccio, tenuti entrambi rigidamente verticali mentre gli inglesi ed i turisti scattano fotografie e fanno filmati. Molti hanno l'occasione di vedere la Regina per la prima volta ma non resistono alla tentazione di fissarne l'immagine e con quella il momento che stanno vivendo, anche se cio' comporta vivere l'esperienza attraverso uno schermo.

E' il momento piu' formale della giornata ad Ascot. Non so se il piu' atteso. Onestamente per me non il piu' memorabile.

D'altra parte come puo' l'immagine della seppur attiva ed ottuagenaria monarca competere con quella dei picnic in mezzo al parcheggio? Fragole e champagne assaporati con nonchalance su seggioline da campeggio che si sono ricavate un po' di spazio tra una Bentley ed una Jaguar. O competere con un'altra immagine, di inaspettato egualitarismo, di una carrozza impantanata nel fango da cui una signora elegantemente vestita non esita a scendere per dare una mano a spingere? Per non parlare del serpentone di uomini, in fila per la toilette, con in mano la loro pinta di birra che poi poggiano sul lavandino mentre scontano gli effetti della birra stessa.

Perche', come ha notato una mia amica, gli inglesi organizzano questi eventi teoricamente snob ed esclusivi (teoricamente perche' ci sono migliaia di persone e basta pagare per accedere alla maggior parte dei posti) ma poi continuano a fare quello che a loro piace, ovvero ubriacarsi, solo vestiti in maniera piu' elegante del solito (un concetto di eleganza un po' pacchiana ai miei occhi, con cravatte fluorescenti ed improbabili vestiti femminili, ma qui e' questione di contestabili sensibilita' estetiche dovute a differenti retroterra culturali).

In conclusione Ascot e' un'esperienza che vale l'esoso biglietto, il fatto quasi sicuro che si perderanno altri soldi scommettendo sui cavalli, il fatto probabile che non ci sia uno splendido sole.

E i cavalli? Beh i cavalli, veri atleti dalla bellissima muscolatura , servono affinche' tutto questo si avveri!

PS: questo post e' stato scritto in un caldo pomeriggio italico mentre zanzare in riserva di globuli rossi si servivano felici al nuovo distributore. Causa ferie, si chiude per un paio di settimane. Visto i recenti intervalli di pubblicazione, neppure ve ne accorgerete. Ci risentiamo da UK. Cheers!

Wednesday, 15 June 2011

Fascinator



Fascinator e' un sostantivo che indica un accessorio femminile: una decorazione quale un fiore, un fiocco, un pennacchio o un qualche sghiribizzo, un'esplosione di forma colore e volume con cui le Ladies inglesi abbelliscono le loro chiome nel tentativo di richiamare l'attenzione dei Gentlemen inglesi e di affascinarli.

Fascinator deriva dal verbo latino fascinare (fascĭno, fascĭnas, fascinavi, fascinatum, fascĭnāre), che vale la pena ricordare significa affascinare si, ma con incantesimi. Stregare, se proprio vogliamo essere corretti.

Che cosa ha a che fare Nemo con un fascinator?

"Mi tieni questo per favore. Grazie. Come mi sta? E quest'altro? Che dici e' forse meglio un cappello? Proviamo un altro negozio dai"

Lo scorso weekend Nemo ha accompagnato un'amica a scegliere un fascinator da accompagnare all'abito elegante che indossera' sabato prossimo per partecipare, con Nemo ed un manipolo di altri 5 temerari antropologi da bar, ad uno degli eventi sociali piu' famosi d'Inghilterra: Royal Ascot, la tradizionalissima e mondanissima corsa di cavalli che quest'anno per di piu' festeggia la trecentesima edizione.

Un appuntamento dove si mescolano interesse per le corse, con premi altissimi, anche piu' di duecentomila sterline per il vincitore, esibizionismo mondano nel Ladies Day (giovedi), snobismo (per i biglietti del Royal Enclosure bisogna aver gia' assistito a quattro edizioni del Royal Ascot ed essere segnalati da un partecipante al Royal Enclosure), eccentricita', a volte parente stretto dello snobismo, rappresentata dai picnics nel parcheggio: due sandwiches ed una Rolls-Royce invece che due cuori ed una capanna.

Il tutto attendendo Lei: Her Majesty the Queen.

Riuscira' il modesto zoom della macchina fotografica di Nemo a catturarne una foto decente?

Appuntamento alla prossima puntata per scoprirlo!

PS: prossima puntata che potrebbe essere tra un po' perche' settimana prossima Nemo andra' ad Amburgo per un training. L'update del blog potrebbe essere rinviato causa bighellonaggio serale per le strade della citta' anseatica.

Friday, 10 June 2011

Shin



Due uomini. Uno di fronte all'altro. In camice bianco.

Ma non sono dottori. E non siamo in un ospedale. Siamo all'aperto, in una vallata delle Cotswold.

I due si tengono per le spalle, si spintonano, si danno calci negli stinchi. Cercano di sbilanciare e fare cadere a terra l'altro, che e' un avversario. Il ritmo e' serrato, anche perche' l'obbligo di tenersi per le spalle implica un contatto ravvicinato e costante.

Nemo la scorsa settimana ha assistito per la prima volta ad una gara di shin-kicking che detta cosi' potrebbe sembrare una delle ultime trovate ludiche per ravvivare le annoiate palestre metropolitane ma tradotto vuol dire semplicemente darsi dei sonori calci negli stinchi, e secondo me fa male solo a sentirlo.

Lo shin-kicking pare abbia origini antiche e risalga alla meta' del Seicento (in Francia Re Sole, in Inghilterra le guerre civili, in Italia il Barocco ed il povero Galileo alla sbarra) quando i pastori inglesi (da cui il camice bianco) passavano in cotal modo amenamente il tempo libero.

Poi nell'ottocento, essendo la singolar tenzone degenerata un po' troppo (scarpe ferrate e martellate negli stinchi in allenamento per abituarsi alla sopportazione del dolore - i tempi della meditazione e dello yoga ancora lontani), il divieto di praticarlo. Da cinquant'anni si e' tornato a giocarlo, oggiogiorno proteggendosi gli stinchi con abbondanti quantita' di fieno.

La gara di shin-kicking, anzi The Shin-Kicking World Championship, come, non senza una certa ironia (spero), viene chiamata e' l'evento clou delle Cotwolds Olimpicks. Una manifestazione a meta' tra la sagra di paese e l'indimenticato giochi senza frontiere dove, tra un hamburger con cipolla e una good cuppa, si fa il tifo per la corsa nei sacchi, la gara in cariola, il tiro alla fune, il lancio del mazzuolo e quello del tronco. Insomma ce n'e' per tutti i gusti. Ed allora perche' aspettare London2012, se puo' essere anno olimpico ogni anno? The Shin-Kicking World Championship 2012 aspetta nuovi concorrenti. Mano ai martelli! :D



PS: sull'etimologia ho trovato pochino. Shin viene dall'Old English scinu, e rimanda al tedesco (das) Schiene - stecca - e all'olandese Scheen.

Saturday, 28 May 2011

Referendum



Ci sono persone che lavorano e vivono all'estero, che frequentano e socializzano con gli abitanti del posto, che si mimetizzano nella societa' conducendo una vita regolare, comune. Poi all'improvviso, un giorno, dal loro Paese di origine arriva un segnale, una richiesta. E loro, cellule dormienti, si svegliano.

Nemo, cellula AIRE 2009, e' stato attivato per la prima volta questa settimana con l'arrivo di un plico in cui si spiegava, con un abbondante uso del grassetto, come votare per i referendum che si terranno in Italia il 12/13 giugno. Il plico conteneva le ormai note, piu' che altro numericamente, quattro schede:

- Legittimo impedimento, verde
- Affidamento e gestione dei servizi pubblici, rosa
- Tariffa del servizio idrico, gialla
- Nucleare, grigia (e se non fosse che non credo sia permessa l'ironia a chi sceglie i colori per le schede, direi che il grigio nube per il nucleare e' una scelta decisamente azzeccata)

Ovviamente i testi dei referendum sono, come da affezionata consuetudine, semplicemente incomprensibili. Quello sul nucleare poi, ammesso che venga fatto, e' decisamente folle: provate ad espandere la voce su wiki e vedrete.

Le schede me lo sono guardate per un po', e' cosi' raro averle in casa, distrattamente appoggiate sulla pila dei giornali, quasi un oggetto familiare tra i tanti, a disposizione per tutto il tempo che si vuole invece di quel rapido contatto, in piedi, durante il cerimoniale laico della votazione.

Su queste schede esprimero' il mio voto tracciando un segno (una croce o una barra), come ricorda la documentazione (ma va? Ed io che ho sempre pensato valesse solo la croce; ma una barra che vuol dire? un segmento? una linea? boh). Per la prima volta inoltre usero' una semplice penna biro blu o nera invece della leggendaria e misteriosa matita copiativa (misteriosa non solo per il funzionamento ma anche per la natura del nome: che c'entra la copia, casomai l'opposto, dovrebbe chiamarsi matita incancellabile. Altro boh).

Referendum e' ovviamente latino. E' un sostantivo ricalcato sul gerundio accusativo del verbo refero (rĕfĕro, rĕfĕrs, retuli, relatum, rĕfĕrre), "riferire".

Guardando al paradigma del verbo e' interessante notare che anche verbi inglesi tipo to refer o to relate siano sempre originati da refero.

Se sul singolare di referendum c'e' concordanza tra italiano ed inglese, sul plurale parrebbe di no. L'Oxford dictionary propone infatti sia un referenda che un referendums mentre lo Zingarelli indica il sostantivo come invariabile.

Negli ultimi anni pero' anche in Italia si e' sentito spesso dire referenda.

Quale sara' la versione giusta? Propongo una quinta scheda! :D

Sunday, 28 November 2010

Safety first



Safety first e' uno dei mantra della societa' inglese. Non che sia sbagliato, il problema, come sempre, e' quando si esagera.

Se il cartello "caution wet floor" che l'addetta alle pulizie mette ogni giorno fuori dalla porta del bagno mi fa sorridere, se il "mind the gap" della metropolitana ormai e' un brand che su magliette e tazze ha anche una sua resa economica, se "mind the head" mi ha salvato dai bernoccoli un paio di volte, quello che mi e' successo settimana scorsa e' stato veramente assurdo.

Il proprieario del mio appartamento ha mandato un tecnico a fare un controllo delle apparechiature elettriche: ha controllato il gas, la caldaia, l'aspirapolvere: tutto bene. Poi gli ho mostrato una lampada che era rotta, lui lo ha constatato ed ha tagliato il filo per impedirne l'uso. Considerando che la tenevo in uno sgabuzzino non mi ha pesato molto.

Poi gli ho fatto vedere un'altra lampada, lievemente danneggiata nell'alloggiamento della lampadina, e lui ha ridato una sforbiciata al filo. Qui mi sono irrigidito un po' perche' sarebbe bastato cambiare un pezzettino di plastica per ripararla, ma non e' il suo ruolo mi dice, lui identifica solo quello che puo' essere pericoloso e lo rende inutilizzabile, mica ripara o suggerisce come riparare.

Avevo sentito parlare della specificita' del lavoro in UK rispetto all'approccio italiano dove si fa un po' di tutto, ma qui si esagera. Uno che di lavoro rende inutilizzabile apparecchiature pericolose ed un altro che le aggiusta. Questa non e' suddivisione del lavoro, e' atomizzazione (mcdonalizzazione?).

Comunque il pezzo forte doveva ancora arrivare: la lavatrice. Ha notato una giunzione non a norma (senza la presa a terra, ok questa e' davvero pericolosa) e non ci ha pensato due volte, "sorry mate, it's my job" e zak un altro elettrodomestico messo in sicurezza.

Ora, siccome Nemo nella penombra ci puo' anche vivere ma senza lavatrice no, sabato scorso, in onore all'approccio italiano ai problemi, si e' armato di pazienza, attrezzi ed un po' di capacita' logico deduttiva e ha fatto il suo primo intervento da elettricista.

Sono lieto di potervi comunicare che il paziente e' sano, sta bene e ha gia' ripreso i suoi cicli di lavoro.