Showing posts with label Interviews. Show all posts
Showing posts with label Interviews. Show all posts

Wednesday, 10 April 2013


Intervista #3: Anna Del Conte

Un paio di esanime fette di pomodoro, accompagnate da un drappello insapore di pisellini bolliti, languiscono in un piatto senza neppure il conforto del condimento, facendo da contorno ad una dimenticabile ma purtroppo non dimenticata bistecchina, indurita da una, forse inesperta, sicuramente ingiustificata, prolungata cottura. Questo fu il mio primo contatto con il cibo in UK, in un pub, quando arrivai nel 2006 per il colloquio di lavoro. Senza scomodare il filosofo tedesco Feuerbach ed il suo saggio "siamo quello che mangiamo", diciamo solo che l'esperienza non fu culinariamente piacevole.

L'attenzione che un popolo riserva al cibo è comunque un argomento interessante, perché con il cibo ci si deve confrontare quotidianamente, non foss'altro che per necessità biologica, e quindi il rapporto con il cibo aiuta a capire una società, oltre a rappresentare spesso, come nel mio caso, il primo contatto con la stessa.

Ho avuto recentemente l'occasione di approfondire questo argomento ed altri relativi al cibo con Anna Del Conte, una dei più stimati gastronomi italiani in UK.

La incontriamo nella cornice di un freddo e piovoso pomeriggio inglese, nella campagna del Dorset, una contea nel sud dell'Inghilterra, dove vive. Rappresentante della buona borghesia milanese, di cui mantiene inalterata una sobrietà ed un'eleganza agli antipodi dalla milanesità da bere impostasi negli anni '80, con cui l'Italia mi sembra faccia ancora, culturalmente, i conti, emigrata in Inghilterra come ragazza au pair negli anni '40, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e da allora qui rimasta, Anna del Conte ha dedicato gran parte della sua vita a diffondere la sua passione per la cucina italiana. Scopriamo, fin dalle prime battute, una persona attenta ed informata ("ma lei di questo Grillo cosa ne pensa?"), ironica e schietta, come solo gli anziani a volte si permettono il lusso di essere.

La chiaccherata inizia dal suo ultimo libro, "Italian Kitchen", una raccolta di ricette di antipasti, primi e dolci, che ho trovato, da italiano, molto interessante, perché è un libro semplice, chiaro ed onesto nella sua essenzialità (fin dal titolo direi), una raccolta di ricette che ogni persona dovrebbe essere capace di cucinare per poter affermare di conoscere la cucina italiana. Un libro che consiglierei a chiunque abbia un amico inglese appassionato di cucina o italiano ma culinariamente illetterato o maldestro.



Dai bucatini all'amatriciana, ai risi e bisi, dalla panzanella alla pasta con le sarde, dalla pastiera alla torta sbrisolona, il libro descrive un centinaio di ricette rendendo anche giustizia alla varietà geografica della nostra gastronomia, ben più ricca, mi ricorda la mia interlocutrice, della cucina inglese dove la varietà regionale è meno marcata per non dire assente, conseguenza, mi fa riflettere, del fatto che il Regno Unito è tale da molti secoli; manca il campanilismo, anche culinario, che c'è in Italia.

Mi fa comunque presente che esiste un orgoglio culinario inglese, che molti inglesi sanno di cibo e molti cucinano bene. Mi mostra un libro che secondo lei racconta bene la storia della cucina inglese, scritto da Tom Parker Bowles (il figlio di Camilla, quella Camilla, per chi fosse più attento ai nomi che ai cognomi), "Full English: A Journey Through the British and Their Food".

E lei invece come ha iniziato la sua carriera di cookery writer?

"Come tutti i bravi italiani, per un certo periodo, erano gli anni '70, ho dato lezioni di italiano. Una mia studentessa era la figlia di un publisher che stava pubblicando un libro sul pane. Allora le ho proposto would your father being interested on a book on pasta? La sera stessa il padre mi ha contattato. Sono stata fortunata a trovarmi al momento giusto nel posto giusto" ammette con sincerità.

Il libro che ne è uscito, Portait of Pasta, più che un ricettario è un libro storico sulla pasta; me ne mostra una copia, e vengo colpito dalla copertina vagamente liberty, a distanza di più di 40 anni ancora graficamente molto bella.



In tutti questi anni di attività ha avuto l'occasione di seguire con attenzione il rapporto tra gli inglesi ed il cibo. Un recente articolo di FT ricordava che gli inglesi sono poco propensi a spendere per mangiare bene. Viene dato poco valore alla qualità degli ingredienti. Come mai secondo lei? E come è evoluto durante i decenni il rapporto degli inglesi con il cibo?

Il motivo, ci spiega, è storico. E spesso il legame con la storia tornerà nell'intervista.

"Si sono abituati durante la guerra ad acquistare cibo a poco prezzo; mi ricordo che quando sono arrivata qui, subito dopo la guerra, il cibo costava ancora molto poco in proporzione alla vita, solo l'11% del salario era speso in cibo, pochissimo. Dopo la guerra, negli anni '50, mentre l'Italia era un paese che si stava riprendendo grazie al piano Marshall, l'Inghilterra ha attraversato invece una fase molto dura, con il razionamento di carne e burro che è finito solo nel '54. Si trovava poca varietà ma la qualità era buona: ottime verdure, anche se limitate a quelle locali, carote, parnship, e ottimo pesce, anche se limitato a quello dell'Atlantico. Anche il maiale era migliore rispetto a quello di oggi perché era più grasso ed il maiale deve essere grasso! Negli anni '70 e '80 c'è stata invece la grande industrializzazione del cibo, anni terribili e caratterizzati da molto cibo pessimo. Solo alla fine degli '80, inizio '90 è iniziato il miglioramento, anche nei supermercati finalmente la qualità è molto migliorata. Ora l'attenzione al cibo è divenuta un'ossessione! Il cibo va più di moda dell'industria del vestiario."

Nonostante questo mi pare che la cultura del cibo sia abbastanza scarsa e generalmente poco diffusa

Ho una teoria, la prenda per quello che è, "take it or leave it". La causa è dovuta al fatto che la loro rivoluzione industriale è iniziata prestissimo rispetto agli altri stati europei, alla fine del '700 inizio '800, in Francia è arrivata solo a metà ottocento, in Italia addirittura dopo la seconda guerra mondiale. Di conseguenza, una gran massa di persone ha lasciato la propria terra e si è improvvisamente urbanizzata ma a quei tempi non c'erano comunicazioni e, distaccandosi dalla terra, si sono distaccati dalla conoscenza del cibo. E' un retaggio che ancora li tocca.

E molti, a vedere dai supermercati, si rifugiano nei cibi precotti, per non parlare della quantità infinita di snacks, sandwiches e dolcetti venduti nei supermercati

Si anche io quando torno in Italia noto che il reparto di cibi preconfezionati è molto ridotto rispetto a quello inglese dove invece ci sono metri e metri di scaffali. Che poi comprare cibo preconfezionato è anche molto più costoso. Molti non cucinano o cucinano poco.

Forse non ne ricavano piacere?

In realtà alcuni mangiano benissimo e sanno cucinare molto bene, ma come tutto è una questione di classe sociale, è solo la classe benestante quella che adesso mangia bene, anche perché cibo buono si trova ma costa caro. C'è poi il fatto che molti inglesi amano le soluzioni facili, ed è più facile comprare qualcosa di già pronto al supermercato che prepararselo; non trova che siano generalmente pigri?

(Ci rifletto, non lo so, forse avrei dovuto rispondere che credo che tutta la società, almeno quella che conosco, ovvero la classe media occidentale è piuttosto pigra o forse preferisce fare altro, e confessare che anche io mi compro le lasagne precotte al supermercato).

Pigrizia nell'acquisto e incapacità di gestirlo. Siamo una generazione (io incluso) che spreca anche molto, non trova? Immagino che quelli della sua generazione, avendo vissuto la penuria della guerra, abbiano un altro approccio, laicamente sacro col cibo

Qui un terzo del cibo viene buttato via, mi risponde con tono indignato. E' la Nazione che in Europa butta via più cibo! Ma anche in Italia?

Non lo so, ma temo di sì, soprattutto da parte di chi vive da solo. Qui in UK poi è tutto più difficile a causa di best before cortissimi

Sì, hanno delle date di scadenza troppo corte e molti non sanno valutare se il cibo qualche giorno dopo la scadenza sia ancora commestibile ( in effetti spesso le persone non sanno giudicare se una verdura è fresca, e ci sono dei corsi di cucina, anche a Bristol, che ti spiegano come fare ) e poi i supermercati vendono pacchi grandi, io cerco di comprare cose sfuse, senza pacchi. Comunque sì, è un'atteggiamento generazionale; ma lo sa che si dice che la Regina, che è della mia stessa generazione, spenga le luci a Buckingham Palace?

Pensa che la crisi economica ci aiuterà a cambiare la mentalità? Provoco io

Lo spero, è l'unica cosa che le nuove generazioni possono imparare - risponde con una certa mestizia

Restando sul tema di imparare, mi ha colpito molto un passaggio della sua biografia, Risotto with nettles, una riflessione che ribattezzerei "il dilemma dell'expat", dove con lucidità ricorda che vivendo all'estero si diventa un po' ibridi, persone che non si sentono più a casa loro né nel paese di origine né in quello di adozione ed anche nei rapporti affettivi, nella capacità di comprensione reciproca, tutto è più difficile.





Si vivere all'estero è sicuramente un'esperienza che arricchisce ma c'è un prezzo da pagare. Mi legge un estratto della parte a cui mi riferivo "you certainly learn to share most things, but the baggage of anecdotes, proverbs, everyday allusions remain incomprehensible to the other person". Mi ricordo che con mio marito tutto queste differenze culturali ci separavano; avevamo lo stesso tipo di educazione, lo stesso tipo di classe sociale, ma tutto quello che era il contorno era diverso.

Concludo ricordandole una frase che mi regalò un'amica italiana al momento della partenza: prendi il meglio da entrambe le culture e lascia il resto. In effetti riconosciamo che il Paese dove, forse per caso, siamo finiti ma in cui abbiamo deciso di vivere offre anche molti vantaggi, un civismo enorme, il senso della democrazia, molta meno burocrazia, molta libertà, banche efficienti, un senso di unità che in Italia non c'è, ma d'altra parte, e qui torna la storia, gli italiani hanno sempre visto il loro governo come nemico, perché era davvero nemico, spesso invasore. La tradizione culinaria invece non era certo il meglio dell'Inghilterra. Il pub di cui parlavo all'inizio nel frattempo è, giustamente, fallito. Forse anche in UK oggigiorno da un pub lunch si pretende qualcosa di più. Se molto è migliorato e se il cibo italiano è apprezzato e copiato, credo che un po' lo si debba anche all'opera divulgativa svolta da Anna Del Conte tramite i suoi libri.

Sunday, 26 August 2012


Interview #2 (a bordo del Vespucci): Sottotenente di Vascello Umberto Vegna

"Spotless!" mi risponde rapida e decisa una signora inglese a cui chiedo un commento sulla visita appena fatta. Spotless, senza la minima macchia. E non posso che condividere.

E' sabato 11 Agosto, sono a Portsmouth, cittadina portuale sulla costa sud dell'Inghilterra, a circa 100km da Londra, per visitare la nave scuola della Marina Militare Italiana, l'Amerigo Vespucci, approdata in UK dal 9 al 13 agosto in una tappa della campagna di istruzione per gli allievi della prima classe dell'Accademia Navale di Livorno, una crociera di addestramento lunga circa tre mesi, da Luglio a Settembre, e che tocca diversi porti europei.

La nave, un veliero con motore ispirato ai vascelli ottocenteschi, è veramente molto affascinante e di grande impatto visivo; il rigore militare che si fa bellezza estetica: parti metalliche che riescono a brillare anche sotto la pallida luce inglese, corrimano lucidissimi, una ragnatela infinita di cime che raccontano in silenzio la complessità intrinseca di una nave a vela, il tutto disposto con un ordine assoluto, quasi maniacale, del quale però chiunque abbia navigato anche solo un po' riconosce l'importanza funzionale.

Tutto questo ovviamente ha un prezzo e, come ci racconta il Sottotenente di Vascello Umberto Vegna, "Il ponte, in teak, ha bisogno di una continua manutenzione, viene lavato con soda caustica e spazzolato tre volte al giorno per evitare che la salsedine possa danneggiarlo; le vele sono in tela olona, un materiale non sintetico, quindi delicato, che ha bisogno di particolare cura e manutenzione; le cime sono in fibra vegetale - tranne i cavi di ormeggio che sono in fibra sintetica per motivi di sicurezza - e necessitano di essere sciacquate durante l'attività e sostituite ogni anno". Ma, specifica, "è tutto voluto perché la nave Vespucci rappresenta la tradizione italiana e non sarebbe lo stesso vederla, ad esempio, con cime in fibra in nylon o con dei winch".

Il concetto della tradizione è anche legato ad aspetti educativi, a favore dei cadetti che hanno superato il primo anno dell'Accademia Navale di Livorno. Un centinaio tra ragazzi e ragazze alle prese con la loro prima esperienza pratica di navigazione militare, ed infatti continua il Sottotenente, "le manovre fatte a mano servono per capire che per aprire una vela quadra, per manovrare, per ruotare pennoni bisogna lavorare in team, ci vogliono 30 persone."

I cadetti in realtà si sommano all'equipaggio della nave Vespucci che conta già circa trecento persone, per un totale di circa quattrocento.

E quanto è difficile la vita di bordo con così tante persone?

"La crociera addestrativa è il primo approccio che gli allievi hanno con la vita reale di bordo, un'esperienza che serve a completare l'attività teorica svolta in Accademia. Questo consente di fornire una visione a 360 gradi, un'esperienza durante la quale si capiscono quali sono le esigenze della nave, ma si sperimentano anche il lavorare in team, l'essere sotto stress ed il dormire poco".

Perché, quanto dormite?

"Dipende dai turni, i periodi di esercitazioni sono un po' più duri. Gli allievi dormono in amaca, è la tradizione, è una sistemazione logistica che può essere considerata un po' sacrificata (in effetti per me, pigro civile, l'amaca è ottima per un riposino pomeridiano ma l'idea di dormirci per 3 mesi non mi affascina, chiusa parentesi), ma è molto formativa perché riesce a creare lo spirito di gruppo: vivere a stretto contatto tutti insieme e riuscire in team a portare avanti determinati lavori".

Quali sono le attività svolte dai cadetti?

I cadetti, in navigazione, vengono suddivisi in squadre per garantire 24 ore su 24 tutte le attività della nave, squadre che hanno dei compiti ben definiti e che a turno vengono svolti da tutti: fare il briefing operativo, controllare lo stato delle macchine, la situazione della cambusa... Tutti vivono attivamente quella che è la nave, vengono integrati ed affiancati dal personale di bordo, che trasmette le nozioni che servono per i vari reparti, che sia il sistema nave per quanto riguarda la propulsione o gli impianti di sicurezza, o la gestione delle emergenze, antincendio, damage control, tutte attività che vengono svolte ogni giorno più volte al giorno da tutte le squadre".

E qui in UK quali attività avete svolto? C'è qualche relazione con la chiusura delle Olimpiadi proprio questo week end?

"Ne abbiamo approfittato per "unire" la campagna addestrativa degli allievi con l'attività diplomatica svolta dalla nave; abbiamo delle delegazioni di ufficiali, sottufficiali, marinai ed allievi che vanno a Londra; sono venuti in visita l'ambasciatore italiano a Londra e rappresentanti della Corona; ci sono inoltre attività di rappresentanza a bordo con delegazioni delle comunità italiane, come ad esempio l'Associazione Amerigo Vespucci e l'Associazione Fiorentini nel Mondo".

Si, perché, aggiungo io campanilisticamente, Amerigo Vespucci era Toscano, di Firenze, ricco figlio di notaio ricco (quando si dicono le tradizioni e la potenza delle corporazioni... Amerigo dette i suoi primi vagiti nel 1454).

Comunque, dopo questa chiaccherata col Sottotenente, mi sono reso conto di quanto la nave Vespucci porti in giro per il mondo una certa idea di Italia, efficiente, competente ed elegante che rappresenta forse più quello che vorremmo essere che quello che siamo. Ma le icone servono anche a quello, a indicare la via, anzi, in questo caso, la rotta.

Per chi fosse interessato, le prossime tappe toccate dalla campagna addestrativa sono:
- Dublino dal 23 al 27 Agosto
- Lisbona dal 4 al 7 Settembre
- Valencia dal 14 al 17 Settembre
Rientro a Livorno il 21 Settembre

Monday, 18 June 2012


Interview #1: The Shrink and the Sage

Procrastinare può essere una cosa positiva? Come riparare un cuore spezzato? Cosa dovremmo aspettarci dagli altri? Queste sono alcune delle domande che vengono affrontate da The Shrink and the Sage, una rubrica di FT Magazine, il domenicale del Financial Times.

L'idea è quella di discutere l'argomento dal differente punto di vista di una terapeuta (the Shrink alias Antonia Macaro) e di un filosofo (the Sage alias Julian Baggini).

Ne avevo già parlato qualche mese fa nel post shrink perché la rubrica mi era piaciuta molto, sia per i contenuti, stimolanti ed intelligenti, sia per la forma del dialogo, che mi ricorda molti dei testi classici di filosofia o di scienza.

The Shrink and the Sage adesso è diventato un libro che riprende ed espande le tematiche trattate sul giornale.

Ho avuto l'occasione di incontrare gli autori alla presentazione del libro. Quello che segue è un estratto del talk e dell'intervista che mi hanno gentilmente concesso.

La presentazione del libro è iniziata con una discussione su cosa sia la filosofia e quale sia il lavoro del filosofo rispetto al compito dell'attività terapeutica; perché se è vero che entrambe le discipline hanno un retroterra comune e si muovono in un campo comune, è altrettanto vero che c'è un'ovvia differenza di finalità: la ricerca della verità nel caso della filosofia, il far stare meglio il paziente nel caso della terapia.

Il rapporto tra le due discipline è comunque talmente stretto che esiste anche una professione "ponte": quella del philosophical counsellor. Una disciplina interessante purché non si ricorra ai filosofi come ad un cestino di frasi da cui pescare quella che ci fa più comodo per l'occasione ma si consideri criticamente quello che hanno detto; un punto di partenza più che di arrivo insomma.

Approccio che è stato suggerito anche per il libro, da intendere non come un manuale che dà facili ricette o formule risolutive ma come un'opporunità di riflessione, di lavoro e auto-lavoro.

Tra le diverse filosofie, quella aristotelica è guardata con particolare attenzione e le è dedicato l'inizio del libro. Ma io ho trovato interessante anche il richiamo alla filosofia stoica ed al suo sano distacco dalle cose materiali, e soprattutto al fatto che non vada considerata come la migliore soluzione per affrontare i rapporti umani perché la distanza sfocia nel cinismo, a riprova che una lettura critica della filosofia è sempre necessaria.

Ed è proprio pensando ad altre filosofie, religiose questa volta, che ho preso spunto per la mia chiaccherata con gli autori:

While reading the book, I spotted the word Buddha appearing on the first page of the Introduction and word mantra in the title of the Conclusion chapter. Moreover one of Julian's TED talk, Is There A Real You?, ends quoting a sentence from Buddha; so I was wondering what you think about Buddhism. Is it, quoting Einstein, "a philosophy that copes with moderns scientific needs better than others"?

Julian: This is interesting, I haven't realised it. Both of us we have found interesting things in Buddhism over the years, without being Buddhist. From my point of view it's clear that Buddhism has a very sophisticated system of thought, particularly for its time; don't overstate this, it's also mixed up with a lot of completely outdated superstitions but mixed with all of that there is very advance thinking and it is true that if you strip away the more superstitious elements, that just reflect the culture it came out of, you are left with a lot of way of thinking which are more amenable to contemporary ways of thinking. I think the problem is that people often want to imagine that Buddhism is completely compatible with everything we know now about science, and that science has vindicated Buddhism. I think that this is too strong.

Antonia:I think Buddhism is really interesting, I have a longstanding interest in Buddhism even though there are a lot of areas of it that I just can't accept. "Life is suffering" is a really good starting point in life. Recently I've realised that if you boil it down to really fundamental components, mindfulness and compassion are the most important things in life. Having said that, you have to get rid of all the metaphysical bits I don't accept and I think don't fit particularly well with what we know about the world.

Perché non possiamo non dirci cristiani" is the title of a famous essay from Italian philosopher Benedetto Croce. For obvious historic and geographic reasons, Christian culture is wide spread in Italy and quite rooted in the people behaviours. Even though Croce was not strictly thinking to Italians but to the impact that Christianism had on Western culture, if you should say what British cannot avoided to be called, what would you think at? What has influenced them mostly?

Julian: I think you could say we can't avoid calling ourselves Protestants. There is something about the protestant outlook which is very deep-rooted in the British way of thinking. It's the idea that there is a certain, almost puritanical, keypoint. It's seems odd because you think of British people drinking too much, eating too much, but it's tied to the puritanical thing: it's the excess or nothing kind of thing. You drink to get drunk or you eat to fill yourself up; just taking pleasure in the way that the Catholic countries do food and drink seems to be an anathema. The British have trouble doing that, you go mad or you avoid it. It's feast or famine, it's binge or purge, it's one of those two things. So there is that, but there is also the specific Anglican thing: that actually we don't think too much about religion but we are kind of glad it's there. A lot of opinion polls and surveys show that it continues to be the case that most people consider themselves to have some kind of spiritual aspect, only a minority embrace a full blown atheism but even a smaller minority are actively religious.

To me the British are pragmatic, maybe I'm too much influenced by the working reality but to me it look like they have a very pragmatic approach to life

Julian: Pragmatic is a good way to put it but it's also the Protestant thing, it's not just pragmatic it's actually functional as well; things like food and drink become functional: alcohol is a tool to get drunk with and food is a tool to feel full with or to get through the day with; we are not actually very good at just enjoying thing for their own sake.

Dalle risposte e dal talk mi sento di dire che la migliore pubblicità per questo libro sono gli autori stessi. Porsi domande, quelle giuste, darsi risposte vere, fare un lavoro continuo su se stessi, leggere criticamente i classici della cultura umana, sia occidentali che orientali, è l'unico modo per affrontare, se non serenamente, almeno con lucidità, le intemperie della vita.

Riferimenti bibliografici per chi si fosse incuriosito:

- The Shrink and the Sage
- microphilosophy, big thoughts can come in small packages il sito di Julian Baggini
- Le pubblicazioni di Antonia Macaro
- Le pubblicazioni di Julian Baggini