Sunday, 18 September 2011

Diaspora



Diaspora, parola scritta come in italiano ma pronunciata in inglese qualcosa come "daiaspora" (/daɪˈæspəɹə/ per quelli che sanno interpretare i caratteri fonetici) viene dal greco diaspora (διασπορά, per quelli che hanno fatto greco al liceo o sufficiente geometria all'universita') ed ha ancora il significato originario di dispersione, allontanamento dalla terra di nascita.

E' diáspora in spagnolo e portoghese, diaspora in tedesco, francese, olandese, polacco, danese, turco (ma non in esperanto - che gli preferisce diasporo - e questa la dice lunga sull'insuccesso dell'esperanto :D)

Il fatto che abbia attraversato i millenni e le latitudini mantenendo intatta la sua grafia ed il suo significato mi fa riflettere su quanto debba essere stata devastante l'esperienza di una emigrazione forzata di massa.

Diaspora e' la parola (anche se non la piu' appropriata) che mi e' venuta in mente per descrivere quello che sta succedendo nella microcomunita' bristoliana di expat italiani: da pochi giorni un'amica si e' trasferita a Tolosa, una coppia e' in partenza per Madrid, un toscano per Amburgo. Se estendo all'ultimo anno ci sarebbe un'altra amica in Francia e un altro italiano in Germania.

Va bene che con i mezzi di comunicazione e di trasporto di oggi, con la conoscenza diffusa di piu' di una lingua, con (in fortunati strati della popolazione) un salario e delle protezioni lavorative adeguate, vivere in un posto o in un altro non fa differenza, ma qui uno statistico potrebbe notare che ci sono abbastanza campioni per stabilire un trend: siamo in un momento di riflusso, di fuga da UK.

Trend nel quale inoltre, vale la pena notare, non e' contemplato il rientro in Italia. Qualche capitale monetario, con la regalia di un ingiustamente vantaggioso trattamento fiscale lo si riesce a fare rientrare, ma convincere i capitali umani non e' altrettanto facile!

Sunday, 4 September 2011

Stereotypes



Come siamo visti noi Italiani in Inghilterra?

Mi piacerebbe pensare come sofisticati elegantiae arbitri, come colti estimatori dell'arte, naturalmente come ottimi cuochi ed intenditori di musica colta. E poi estroversi, passionali, simpatici, creativi; insomma vivi e vivaci.

Sicuramente si.

Sicuramente anche.

Perche' dobbiamo arrenderci all'evidenza: lo stereotipo dice molto di piu'. Dice che siamo, o almeno eravamo perche' lo spot risale agli anni '80, anche questo:



Apprezzabile l'onesta didascalia finale: made outside Italy by Wall's (ed allora che volete da noi???)

PS: Dietro la parola stereotipo c'e' una storia interessante: nonostante la radice greca, stereotipo e' una parola relativamente nuova, risalente al sette/ottocento. Ed inizialmente aveva a che fare con la stampa. Vi ho incuriosito abbastanza? Fate un salto su wiki!

Saturday, 27 August 2011

Portmanteau



La scorsa settimana, mentre preparavo il post su staycation, Google mi ha riportato in superficie dal profondissimo oceano di internet - in 20 millesimi di secondo, vale la pena ricordarlo ogni tanto - un post del blog Johnson sulle nuove parole inglesi.

In quel post, staycation, che io avevo intuitivamente spiegato come "fusione" delle due parole stay e vacation, viene definita come parola portmanteau.

Pormanteau e' figlia, un po' approssimativa, della parola francese portemanteau che rappresenta una valigia con due scomparti uguali e che e' stata usata come metafora linguistica per la prima volta, according to wikipedia, da Charles Lutwidge Dodgson (meglio noto come Lewis Carroll) in Through the Looking Glass: 'Well, "slithy" means "lithe and slimy". "Lithe" is the same as "active". You see it's like a portmanteau — there are two meanings packed up into one word.'

Portmanteau, o portmanteaux (se vogliamo trasgredire la grammatica italiana a favore di quella francese) sono anche le note smog (smoke+fog) e brunch (breakfast+lunch), l'attuale emoticon (emotion+icon) e la demode' motel (motor + hotel), l'esclusiva ma forse un po' usurata Oxbridge (Oxford + Cambridge) e la temuta stagflation (stagnation + inflation). Piu' alcune paroline in cui siamo gia' incappati come prosumer (producer + consumer), glamping (glamorous + camping) e globish (global + english).

La lista e' lunghissima, e se avete qualche idea per aggiornarla, potete farlo su wikipedia.

Errata Corrige: affezionati lettori francofoni ci informano che portemanteau, nella lingua corrente, e' semplicemente un attaccapanni, quindi sarebbe stato piu' corretto scrivere "portemanteau rappresentava una valigia con due scomparti uguali". Merci!

Sunday, 21 August 2011

Staycation



Il mese scorso ho passato alcuni giorni di vacanza nella mia lontana Toscana, dividendomi tra piacevoli serate con vecchi amici, gustose cene istituzionali (leggi impegni col parentado), ed appaganti oziose giornate balneari.

In una di queste occasioni sono andato a trovare degli amici al mare a Follonica.

Complice il fatto che ci siamo dati appuntamento verso mezzogiorno, la ricerca di un parcheggio ha richiesto una buona ventina di minuti durante i quali non ho potuto non notare una sequela infinita di BMW e di Audi (e nel caso di vetture piccole di 500 o mini - che poi sempre BMW e') che si susseguivano lungo il ciglio della strada e che mi ha fatto pensare: "ma dov'e' 'sta crisi?".

L'amico mi ha fatto giustamente notare che Follonica non e' esattamente Ostia Lido, che SUV esibito e cena a cipolla e' uno sperimentato e solido stile di vita per molti e che, comunque, le crisi economiche allargano il divario tra chi si puo' permettere il cosiddetto "macchinone" e chi insegue le offerte dei supermercati.

Ho ripensato a questa osservazione quando ho deciso di fare il post di oggi perche' un anno fa ne avevo scritto un altro su glamping, il campeggio di lusso per pigri ricordate?, e glamping sta a staycation come il Suv al risparmio da bollino fedelta' del supermercato.

Staycation, credo lo si intuisca, e' la fusione di to stay e vacation, insomma, e' l'ufficializzazione linguistica del passarsi le vacanze a casa.

Staycation e' una parola relativamente nuova che il mio Oxford dictionary del 2005 non riporta ma quello online oggi si e di cui infatti wikipedia fa risalire la nascita al 2007 (l'anno dell'inizio della crisi del credito, of course).

Una staycation non implica annoiarsi in salotto o nascondersi con un po' di vergogna in cantina come faceva Abatantuomo in Nei mari del sud o semplicemente fare quello che si fa di solito bensi' andare alla scoperta della citta' in cui si vive (che spesso si puo' leggere: citta' in cui si lavora e si dorme, boulot-metro-dodo come ci hanno insegnato i francesi) e delle zone limitrofe.

Pur consentendo alla fine un risparmio rispetto ai costi di una vacanza esotica, la staycation quindi per funzionare, deve prevedere un minimo di budget da dedicare a qualcosa che ci piace fare e che di solito non si fa, deve esserci insomma un aspetto nuovo, diverso dal quotidiano, che rompa la routine.

Adesso resta solo da decidere se dopo aver condiviso con UK e US la crisi, ne vogliamo condividere anche le parole che ne sono scaturite, in originale o traducendole.

Io propongo casanza, anche se staycation fa piu' figo, come tutto quello che si dice in inglese. Che ne pensate?

Friday, 5 August 2011

There is no I in team



There is no I in team, una bella frasina che mi insegno' una collega inglese quando ancora lavoravo in Italia, andrebbe incisa su una placchetta e consegnata, con voluta solennita', al momento dell'investitura di capi e capetti affetti da ego eccessivo.

Adesso pero' il capetto sono io: da ingegnere hands-on che si confronta con il debugging di software o con le insidie della manipolazione di grandi quantita' di dati, sono mutato in uomo-meeting che si deve destreggiare tra il caledario di outlook e una presentazione powerpoint.

Pero' questa e' anche l'occasione per applicare ad un progetto decisamente challenging (parolina molto gettonata da queste parti) i concetti appresi al corso per piccoli manager: delegare, motivare, pianificare, comunicare, il tutto senza perdere di vista il "delivery on time" un compito, quest'ultimo, rilassante come per un pizza express far arrivare a destinazione la pizza ancora calda nell'ora di punta, sotto la pioggia e con l'unica strada percorribile bloccata causa lavori.

E poi cercare di farlo in una approccio attento al team, che individui ed esalti i punti di forza dei singoli ma provi anche a rimediarne o limitarne le mancanze, e proponendo un approccio coinvolgente e collaborativo che motivi i membri del gruppo a percorrere il fatidico extra mile (altra parolina molto gettonata).

Collaborativo e coinvolgente, certo. Ma non consociativo, perche' come mi ha insegnato recentemente un altro collega inglese: There is no I in team, but there is an M and an E!

Thursday, 21 July 2011

World of mouth



Non mi piace fare pubblicita' e certi progetti probabilmente non ne hanno neppure bisogno, ma per iTunes U un po' di passaparola (world of mouth) si addice.

Me lo consiglio' un amico a cui avevo chiesto informazioni su come si scrivono le apps per IPhone. Ci sono infatti due tipi di persone: quelle che quando vedono un IPhone pensano "ganzo, lo voglio!" (o "bello lo voglio", nel caso non siano toscani) e le altre, un po' piu' nerds delle precedenti, che pensano "voglio programmare qualcosa con quello!". Ovviamente, come puo' immaginare chi segue questo blog, Nemo rientra per carattere e curriculum nelle seconde.

Essendo il tempo oltre che galantuomo, tiranno, il proposito e' rimasto purtoppo nel cassetto virtuale dei desideri. Comunque, per gli altri smanettoni in giro, informo che su iTunes si trovano delle seguibilissime e gratuite lezioni della Stanford University: "IPhone Application Development".

Sempre su ITunes U qualche giorno fa ho trovato degli originali e spiritosi cartoons sulla storia della lingua inglese The History of English in Ten Minutes. Per chi fosse insofferente alla mela californiana, gli stessi si trovano anche su youtube.

Includo il primo capitolo per invogliarvi. Ad esempio scoprirete da che ceppo linguistico derivano Thrust e Drag (due paroline importanti per Nemo...)

Tuesday, 12 July 2011

Her Majesty the Queen



Her Majesty The Queen Elizabeth II sfila in una carrozza scoperta e trainata da quattro, principescamente bianchi, cavalli. Seduto accanto a lei c'e' il consorte: His Royal Highness The Duke of Edinburgh, all'anagrafe Prince Philip of Greece and Denmark.

L'inno risuona in sottofondo, la Regina saluta ruotando avanti ed indietro mano ed avambraccio, tenuti entrambi rigidamente verticali mentre gli inglesi ed i turisti scattano fotografie e fanno filmati. Molti hanno l'occasione di vedere la Regina per la prima volta ma non resistono alla tentazione di fissarne l'immagine e con quella il momento che stanno vivendo, anche se cio' comporta vivere l'esperienza attraverso uno schermo.

E' il momento piu' formale della giornata ad Ascot. Non so se il piu' atteso. Onestamente per me non il piu' memorabile.

D'altra parte come puo' l'immagine della seppur attiva ed ottuagenaria monarca competere con quella dei picnic in mezzo al parcheggio? Fragole e champagne assaporati con nonchalance su seggioline da campeggio che si sono ricavate un po' di spazio tra una Bentley ed una Jaguar. O competere con un'altra immagine, di inaspettato egualitarismo, di una carrozza impantanata nel fango da cui una signora elegantemente vestita non esita a scendere per dare una mano a spingere? Per non parlare del serpentone di uomini, in fila per la toilette, con in mano la loro pinta di birra che poi poggiano sul lavandino mentre scontano gli effetti della birra stessa.

Perche', come ha notato una mia amica, gli inglesi organizzano questi eventi teoricamente snob ed esclusivi (teoricamente perche' ci sono migliaia di persone e basta pagare per accedere alla maggior parte dei posti) ma poi continuano a fare quello che a loro piace, ovvero ubriacarsi, solo vestiti in maniera piu' elegante del solito (un concetto di eleganza un po' pacchiana ai miei occhi, con cravatte fluorescenti ed improbabili vestiti femminili, ma qui e' questione di contestabili sensibilita' estetiche dovute a differenti retroterra culturali).

In conclusione Ascot e' un'esperienza che vale l'esoso biglietto, il fatto quasi sicuro che si perderanno altri soldi scommettendo sui cavalli, il fatto probabile che non ci sia uno splendido sole.

E i cavalli? Beh i cavalli, veri atleti dalla bellissima muscolatura , servono affinche' tutto questo si avveri!

PS: questo post e' stato scritto in un caldo pomeriggio italico mentre zanzare in riserva di globuli rossi si servivano felici al nuovo distributore. Causa ferie, si chiude per un paio di settimane. Visto i recenti intervalli di pubblicazione, neppure ve ne accorgerete. Ci risentiamo da UK. Cheers!